mercoledì 15 gennaio 2014

Gennaio - di Fabio Tombari


La Terra che quasi sonnambula vaga per l’etere, sembra destarsi a colpi di champagne. La vigilia, anzi che con abluzioni e digiuni, si conclude in bagordi; e Capodanno che dovrebbe aprirci ci chiude. Grevi, assonnati, pessimisti.
L’anno nuovo comincia da zero, da sotto zero. La stessa campagna d’intorno mostra la secchezza d’uno scheletro, e nei cristalli scricchiola la morte più gelida.Principiare con l’Aprile come gli antichi è facile; è adesso che è difficile. Finite le feste, finiti i quattrini.
E allora, sotto con la nuova valuta! quella delle origini. Non è l’oro dell’oriente che ha da venire a incarnarsi nelle erbe, nei fiori?
Sono le ultime delle Sacre Notti, e già Olaf Asteson, nel Canto del Sogno, cavalca verso la tredicesima.
Ma è presto. La luce che nel solstizio si era fermata, torna a salire; fuori nel cielo come dentro le piante: a salire coi sali.
Così la terra si desta e quel che intravede nel dormiveglia non è più la Luna, è il Sole. E incredibile a dirsi, ora soltanto lo vede. Radioso, dentro una grotta...
Contemplata dai pastori e dai magi, come cupola di gemme voltata sul bambino, Epifania è visione dall'alto, e pei piccini diviene la Befana.
Ma è presto, troppo presto ancora. Non solo per le piante e le gemme, perfino pei fiori di neve. Le rune impresse nelle pietre come sulle spade, tengono conto solo delle veglie.
E inutilmente i bambini schiacciano il nasetto contro i vetri, mentre giovanotti e signorine danno una mano d’olio agli sci: San Silvestro partito ai dodici tocchi con le amarezze e i rimpianti, ha sì lasciato in terra una pagina bianca, ma di brina.

Dunque la neve deve venire. Come potrebbe mancare nei giorni della sua festa?
Non c’è tempo da perdere: è ora di dar l’unto agli scarponi, di tenere i cani affamati al guinzaglio contro lupi e orsi. Un tempaccio scuro che stritola le ossa. E la neve viene.
Ma ahimè è falsa. Il barone l’ammira dalla soglia, mentre l’Albina a una finestra gli spiuma un’oca.
Quel che più preme e incombe è l’Acquario, il rigurgito piovoso del grande oceano celeste che anticipa la costellazione del futuro. Quello cui è connessa la preparazione della Pasqua.
Poi il cielo, chiaro e sereno come una sera d’Aprile, specchia nel mare l’aurora.
Una barca che rincasa, entra in porto con un po’ di bianco sulla tolda. Non c’è niente di più assurdo della neve sul mare. È forse utile la neve al mare? Forse che in mare si può sciare, fare a pallate, marinare la scuola?
S’imbianca il mare forse? Grigio il cielo, come il mare l’inghiotte, da verde si fa nero.
Inaspettata, come una di quelle improvvisate su cui non si conta ormai più, puntuale di quella puntualità trascendentale dei cataclismi, degli starnuti, della morte, arriva come e quando vuole.
Il capostazione che sta riponendo i fiori, si sente baciare sul naso. Alza il capo, guarda sui binari: nulla.
Rada, silenziosa, un po’ tremante, si posa sul pane di un fornaio, sulle prime carrette d’ortaggi. - Oh! oh! l’hai vista? - No, l’ho sentita. Son tre giorni che me la sento nelle ossa.
Nevica come una manna, come un mulino a vento, una primavera di milioni di farfalle che salgono e scendono da tutte le parti. Le volpi per non lasciar tracce si vedono costrette a fare dei salti intorno alla tana; un povero ladro di polli in gran fretta deve calzar le scarpe alla rovescia.
Ma gli astrologhi indignati le voltan le spalle, e si tappano accosto al fuoco con le castagne fino a scottarsi le dita. Non è più il tempo degli oroscopi o dei pronostici: la fortuna, o meglio il destino, ciascuno deve farselo da sé. L’uomo senza Dio non è forse padrone dispotico?
Di fuori la povera neve ormai sola bada a scendere con una fastosità una prodigalità uno sciupìo... Si posa perfino sui baffi di un monumento, sulla coda ritta di un gatto. Amleto, il pasticciere, dalla porta del forno, s’affaccia soddisfatto sul mondo come su un trionfo alla panna.
Qualche ora dopo siamo tutti al Polo: coi passamontagne i pelliccioni i colbacchi; a sfidar la tormenta i fischi le risa, a bere il ponce, il brulé.
E nevica sempre, come se Iddio s’affannasse a coprir le tracce, le macchie, le peste degli uomini.
Qua e là, rare, le carrate del traffico con gli asterischi dei passeri, il procedere a zig-zag del Bel Carolo da un’osteria all'altra.
Una giovane madre, che porta sulle braccia il peso d’un bambino, lascia sulla neve orme così lievi come i passi di una vergine.

E fiorisce il calicanto. Nudo, cereo, al freddo, tutto solo: odora o adora? Tutto è volto alla sacralità delle stelle.
Mese d’auguri, di speranze, di pronostici, è candido come quel Bambino e quella neve.

Stabilito da Numa Pompilio e consacrato a Giano che apre il suo tempio solo in tempo di guerra, attende in pace, fuori del tempio, a seminare i piselli, le fave, spinaci, carote: rimuove dalle arnie le api morte, tramuta il vino, ingrassa il bestiame, rinnova gli abbonamenti.
Dio italico per eccellenza, Giano tiene in mano le chiavi dell’annata, e ha due volti, per non dimenticare chi resta indietro.

È proprio Gennaio che ci offre le pavonesse ben frolle e i capponi ripieni, le braciole di porco, i galli d’India, i pasticci e le salse: radicchi rossi di treviso, mele, marroni, mostarde, croccanti, anitre, folaghe. La nebbia del mattino permette al cacciatore di accostare anche il cigno.
Di notte, se lasci aperta la finestra del solaio col lume acceso, la mattina dopo ci trovi gli storni. Anche i selvatici sentono il bisogno della casa e si fanno domestici. Il gallo che precede le galline a dormire, si ritira che ancora è giorno. In cielo non ci si vede.
Fa freddo; i colombi s’accostano l’uno all'altro e la pecora dorme sulla pecora.

dipinto di David Newbatt Olaf Asteson: Sono arrivato al ponte di Gjallar
  

1 commento:

Anonimo ha detto...

Fabio Tombari è un grande autore da riscoprire