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martedì 9 ottobre 2007

Il castello di Gormenghast - di Mervyn Peake

Gormenghast, ovvero l'agglomerato centrale della costruzione originaria, avrebbe esibito, preso in sé, una certa qual massiccia corposità architettonica, se fosse stato impossibile ignorare il nugolo di abitazioni miserande che pullulavano lungo il circuito esterno delle mura, inerpicandosi su per il pendio, semiaddossate le une alle altre, fino alle bicocche più interne che, trattenute dal terrapieno del castello, si puntellavano alle grandi mura aderendovi come patelle a uno scoglio.
Questa fredda intimità con la mole incombente della fortezza era concessa alle abitazioni da leggi antichissime. Sui tetti irregolari cadeva, col variare delle stagioni, l'ombra dei contrafforti smangiati dal tempo, delle torrette smozzicate o eccelse e, enorme fra tutte, l'ombra del Torrione delle Selci che, pezzato qua e là di edera nera, sorgeva dai pugni di pietrame nocchiuto come un dito mutilato puntando come una bestemmia verso il cielo. Di notte i gufi ne facevano una gola sonante; di giorno, la sua ombra nera si allungava muta.
Mervyn Peake: Tito di Gormenghast

sabato 15 settembre 2007

Il medioevo di Raymond Queneau

"Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d'Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all'orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I Normanni bevevano Calvadòs."

Raymond Queneau: I fiori blu

venerdì 14 settembre 2007

Il sogno è una seconda vita - di Gerard de Nerval

"Il sogno è una seconda vita. Non ho mai potuto attraversare senza un brivido le porte d’avorio o di corno che ci separano dal mondo invisibile.

I primi momenti di sonno sono un’immagine della morte. Un intorpidimento nebuloso afferra i nostri pensieri e ci è impossibile determinare l’istante preciso in cui l’io riprende l’opera della sua esistenza, sotto una diversa forma. È un sotterraneo incerto che s’illumina a poco a poco: dall’ombra e dalla notte emergono pallide figure, gravi e immobili, che popolano la sede del limbo. Poi il quadro prende forma, una nuova luce rischiara quelle apparizioni bizzarre: il mondo degli Spiriti si apre per noi.

Swedenborg chiamava tali visioni Memorabilia e ne era debitore più alla fantasia che al sonno; l’Asino d’oro di Apuleio, la Divina Commedia di Dante sono i modelli poetici di questi studi dell’anima umana. Seguendo tali esempi, vorrei tentare di trascrivere le impressioni di una lunga malattia che si è prodotta per intero nei misteri del mio spirito, benché mi chieda che senso abbia usare il termine “malattia”, se mai in vita mia mi sentii meglio di allora. Talvolta mi pareva che la mia forza e la mia operosità fossero raddoppiate; mi sembrava di sapere tutto, di comprendere tutto; l’immaginazione mi donava infinite delizie. Recuperando quella che gli uomini definiscono “ragione”, dovrò forse rimpiangere di averle perdute?"

Gerard de Nerval: Aurelia

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"c'è voluto un grande talento per diventare vecchi senza essere adulti"
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