sabato 1 maggio 2021

L'egoismo in filosofia - di Rudolf Steiner

 


Rudolf Steiner sviluppò il proprio pensiero alla fine del XIX secolo in un vivace confronto con il monismo, ed egli stesso disse della propria filosofia: “Volendola qualificare, la si può indicare come monismo dei pensieri”*. Cinque anni dopo la Filosofia della libertà, nel 1899, apparve il saggio, “L’egoismo in filosofia”, esempio di una radicalità che cercava a suo modo una rottura con il pensiero occidentale e il suo doppio religioso e metafisico. Manifesto di un monismo che non aderiva più in nulla all’architettura borghese e salottiera dell’edificio di pensieri di allora. In fondo, un contributo filosofico fondamentalista dal quale non può prescindere chi ancora una volta vorrebbe iniziare da principio – e questo deve farlo chiunque si proponga di pensare e di agire non solo in modo originale, ma originario.

(Dall'introduzione di Daniel Baumgartner)

L'egoismo in filosofia - di Rudolf Steiner
Traduttore: Claudio Zanghieri
Editore: Editrice Antroposofica
Anno edizione: 2020
Pagine: 96 p., Brossura
Prezzo: € 10,00

Dioniso, dio del caos creativo


Appena nato, Dioniso fu catturato dai Titani, fatto a pezzi, bollito in un calderone, mentre dal terreno inzuppato del suo sangue nasceva un albero di melograno.
Non un granché come inizio.
Ma Rea accorse in suo aiuto e gli ridonò la vita. Per proteggerlo dalla gelosia di Era, lo affidò prima al re Atamante, poi alle ninfe Iadi che lo allevarono, nutrendolo di miele, nascosto in una grotta sul monte Nisa.
Fu proprio sul monte Nisa che Dioniso inventò il vino, invenzione che gli diede immensa fama.
Prima di essere accolto nell'Olimpo fra gli altri dei, vagò per il mondo lasciando dietro di una scia di gioia e di terrore. Ovunque arrivasse, qualcuno impazziva, faceva a pezzi un congiunto, si abbandonava a pratiche di cannibalismo.
Ma Dioniso era anche dispensatore di gioie ebbre e sfrenate, capace di trasformare di continuo e la realtà intorno a . Lo sperimentarono gli sfortunati pirati che lo rapirono per venderlo come schiavo. Una pessima idea: una vite crebbe attorno all'albero maestro, l'edera avvolse vele e sartiame, i remi si trasformarono in serpenti, Dioniso si tramutò in un enorme leone e tutta la nave si popolò di animali feroci. In preda al terrore, i pirati preferirono gettarsi in mare.
Eppure questo dio così temibile, inquieto e inquietante, si cela, cresce in ciascuno di noi. Ne vediamo i continui mutamenti nelle immagini oniriche, nelle pulsioni più profonde, nei ricordi dimenticati che affiorano improvvisi, nelle emozioni, nelle paure, nei sapori, nei profumi che ci conducono lontano nello spazio e nel tempo...
Non ci rimane che farlo a pezzi, cuocerlo a fuoco lento e poi ridargli vita sulla pagina, per vedere in che cosa si sia trasformato questa volta.

sabato 24 aprile 2021

Richiesta personale - di Robert Hamerling

 
Dillo, io scrivo cattivi versi
Dillo, io rubo cucchiai d’argento
Dillo, non sono un buon tedesco
perché per necessità dietetica
non ho mangiato carne giudaica
e quella slava neppure.
Oppure che ho tradito l’Austria,
perché ho cantato Bismarck.
Dillo che mi ha consumato il rancore,
perché mi si loda troppo raramente
e talvolta mi si calunnia vilmente.
Ma non uno, vi prego, non uno
dica: che sono pessimista,
che nel mio canto l’ultima
parola l’abbia la moderna-snob,
la sciocca, ottusa noia di vivere.
È pessimista dunque il poeta
perché si strugge in lamenti?
Proprio perché così bello gli appare il mondo
e tanto incantevole la vita,
si dispiacerà amaramente
se gli viene negata la sua parte.
Se chi si lamenta, fosse già pessimista,
allora è pessimista ciascuno
al quale sfugga un ‘Ohimè!’
quando gli cavano un dente!
Creda quel che vuole il recensore
ma non ch’io sia pessimista!
Questa parola la odio – ne sento il fetore
fino all’ultima sillaba.


Persönliche Bitte

Sagt, ich mache schlechte Verse –
Sagt, ich stehle Silberlöffel –
Sagt, ich sei kein guter Deutscher,
Weil aus notgedrungner Rücksicht
Der Diät kein Judenfleisch ich
Und kein Slawenfleisch genieße –
Oder ich verrate Ostreich,
Weil den Bismarck ich besinge –
Sagt, daß mich der Gram verzehre,
Weil man mich zu selten lobt,
Und zuweilen schnöd verlästert –
Aber Eines, bitt* ich, Eines
Saget nicht: daß Pessimist ich –
Daß in meinem Sang das letzte
Wort hat die blasiert-moderne,
Blöde, stumpfe Daseinsunlust!
Pessimist war' drum der Dichter,
Weil er sich ergeht in Klagen?
Just weil ihm so schön die Welt
Und so reizend scheint das Leben,
Wird er schmerzlich es bedauern,
Wenn versagt ihm blieb sein Anteil.
Soll, wer klagt, schon Pessimist sein,
Dann ist Pessimist auch jener,
Welchem ein O weh entfuhr,
Als ein Zahn ihm ward gerissen!
Glaubt den Rezensenten alles,
Nur nicht, daß ich Pessimist!
Dieses Wort haß ich - mir duftet's 
Wie nach seiner letzten Silbe.

venerdì 9 aprile 2021

Aprile - di Fabio Tombari

L’uccelletto che al mattino fra l’erba ancor umida scorge la luce in ogni gocciola d’acqua, freme indeciso. Rantoli, strida; i gufi sui galli, i galli sui gufi. Un frullo, uno scatto e trillando si libra a congiungersi allo zenit col proprio anelito.
Quell’ingenua freschezza, quel volare coi palpiti. Tutta la sapienza degli allocchi sui più antichi campanili, non vale lo slancio di una lodola.
Chi strilla chi abbaia: un’aria soave, una partitura da cani. Solisti e comprimari, il gallo del pollaio, i rospi del fosso; un gorgheggio un solfeggio. Ma non c’è modo di metterli d’accordo: zigoli, cince; chi arriva chi parte; un salterio un fugato: i passeri sempre pronti a concedere il bis, il merlo a infischiarsene.
Invano il forapaglia fa capolino sul fiume: un’acquerugiola, una spruzzatina sui fiori. Il brillar delle gemme, il valzer dei refoli. La primavera fa arrossire anche i fanelli. E cantano i regoli.
Sono tornati tutti: pispole, fringuelli, cutrettole: quando le madri volano con fiocchi e pagliuzze nel becco, e le povere pecore, senza saperlo lascian lungo le siepi i bioccoli per le cove. Il codirosso fa le uova verdi come lo schiaccino, il pettirosso come lo scricciolo.
È arrivato l’ambasciatore sui campi e sulle valli... gli vanno incontro covate di pulcini, di ochette e maialini e piccioncini e conigli: l’Aprile è tutto bianco di uova, d’agnelli, albicocchi e ciliegi in fiore. Simile a quel bambino convalescente dai grandi occhi sognanti, che sta alla finestra e ha fame di giuncate e tuorli freschi, e sogna sentieri distanti e vorrebbe correre col vento, l’Aprile è così fresco di acque correnti e palme di ulivo. E la festa che viene tintinna di lontano come un carretto di primizie.

martedì 3 novembre 2020

Autunno - di Caesar Flaischlen

Ora sono arrivati anche i ragni!
Silenziosi, piano piano,
come di notte
sono arrivati su ogni siepe
ad avvolgere e a intessere
quel che ancora fiorisce...
E le farfalle cadono,
stanche di volare, in quelle reti...


Sopra di loro torna
la nebbia con i suoi veli...
Piano piano, come i ragni,
di notte... non si sa da dove...
E le foglie cominciano a cadere.

lunedì 6 luglio 2020

Il cielo sopra Dornach


"Ma le notti di Luglio, in quale voragine si inabissa la terra!
La Vergine, Arturo, Vega ed Altari punteggiano lo stellato, mentre Capra ed Antares ne tracciano il meridiano.
Gli ultimi astrologhi, con gli occhiali sul naso e l’astrolabio in mano, vorrebbero fermarle, ma l’universo avanza e ne sorgono dappertutto: da dietro i pagliai, oltre le montagne, sopra gli altari. Agli occhiali, i cannocchiali, il sestante, l’ottante, i prismi, i telescopi; ma invano: il gettito d’oro continua: fulgidissime, azzurre, pullulano sulle case, sui transatlantici, sulle carovane dei deserti. Alcune isolate rosse e tremanti quali lumi nelle stalle; altre a gruppi, quasi nidi, pulviscoli, cittadine del firmamento. Più le ricerche accaniscono e l’insondabile è esplorato, più l’abisso sprofonda. E quelle infittiscono. Ai pianeti i satelliti, alle fisse gli erranti, gli asterismi, le coppie; la pulcherrima d’Arturo, l’oro e zaffiro d’Albireo, la smeraldina d’Ercole: turchesi, rubini, lapislazzuli erompono dal tesoro del cielo; gemme, diademi, splendori di scrigni in un fiume di perle. Alle comete gli asteroidi, alle costellazioni le nebulose. Si specchiano sui mari, nei laghi, negli occhi dei cervi, nei gioielli delle dame.
Inutilmente gli ultimi poeti rimasti rivanno il senso perduto: la rigidità dell’indagine s’impone e il pessimismo invade anche i pastori erranti dell’Asia. L’astrologia si fa astronomia e i nomi propri non bastano; tocca ricorrere ai comuni: cocchiere, squadra, freccia, triangolo; alle bestie: lupo, giraffa, mosca, camaleonte; e infine ai minerali, agli zeri, decametri di zeri. E i miti ammutoliscono.
Pegaso, Cassiopea, Ercole, Andromedea cantavano di visioni, di sogni sublimi. Ora non più: gli eroi cedono il posto ai sapienti, i sapienti ai pedanti; l’Olimpo diviene un distretto, la plaga una mappa. Ciò che si ispirava alla Vergine, al Presepe, ai Gemelli, alla Greppia, si informa al compasso, al Fornello, Reticolo, Cavalletto, Macchina pneumatica.
A una religiosa rivelazione, la più fredda inchiesta: le impronte, le tracce spettrografiche; all’Epifania la polizia scientifica. Lo spirito non c’è più, c’è soltanto materia. E la Terra sprofonda.
Fisici matematici filosofi, tutti ugualmente ossessionati da quel vuoto che prima era fuori e ora è dentro di loro, non contemplano più il firmamento, ma solo i propri numeri nei loro propri quaderni. Lo stesso Einstein che con la sua arida formula pretende di escogitare la vita universa da un’astrazione, non sospetta neppure che quella sua equazione, buona per un galvanometro, non illuminerà mai né l’Iliade, né il sorriso di un fanciullo.
E mentre con la stessa fantascienza dei giornalini a fumetti, le più micidiali potenze provvedono a imbottigliare gli uomini per spararli fuori dall’orbita, le divine costellazioni che un tempo aprivano ai profeti i loro arcani celesti, rischiano di diventare sigle per pubblicità luminose; e le stelle filanti si gettano a capofitto nel buio con la noncuranza di cicche qualsiasi.
Ed ecco spettrale la tenebra prendere forma – la Testa del Cavallo, il Sacco del Carbone – ombre, larve di universi falliti e spenti; vane, senz’orbita, avanzare a tenaglia. Ma un uomo è insorto per tutti, e il cielo si spalanca sul colle di Dornach.
Il Cigno allo Zenit porta al sommo Vega: guizzano i Pesci, Pegaso. Perseo cala dal nord. L’Aquila, sorvolato il meridiano, ne scaccia il serpente. Ecco l’Ariete, ecco il Toro. Lo Scorpione è fuggito.
E Orione che avanza con i Gemelli, reso perlaceo dall’alba, ode osannare le altezze."
Fabio Tombari: I mesi - Luglioleggi il testo completo

martedì 2 giugno 2020

Pentecoste, la festa dell’individualità e della comunità



Il riversarsi dello Spirito Santo, evangeliario di Magonza, intorno al 1250


La Pentecoste è l’espressione di due tendenze evolutive paradossali. Una è il processo di frammentazione dell’umanità dovuta a un’individualizzazione sempre crescente, l’altra la formazione di una unione fraterna che abbracci tutta l’umanità. Entrambe devono svilupparsi contemporaneamente, ci dice Rudolf Steiner, entrambe sono la vera e propria missione del cristianesimo.
In tempi passati era il sangue che costituiva l’elemento comunitario, la famiglia, la stirpe, il popolo. Queste comunità erano sovrastate da un io superiore, da un io di gruppo. In questo modo però lo sviluppo dell’umanità non poteva portare alla individualità, alla consapevolezza di ogni singolo io, del suo nucleo eterno e alla libertà. La missione del Cristo voleva però questo sviluppo. Doveva, quindi, venir spezzata e frammentata l’antica formazione di gruppo. Per questo nella Bibbia troviamo quelle parole del Cristo che suonano tanto dure: nessuno può diventare suo discepolo, se non abbandona padre, madre, figli, oppure quando respinge la madre e i fratelli, dicendo che per lui madre e fratelli sono coloro che “fanno la volontà del Padre”. “Questo è lo spirito nuovo che deve venire nell’umanità rispetto al sangue. Nella stessa misura in cui muore la parentela di sangue crescerà l’autonomia individuale”(1).
Anche la cultura dei Misteri faceva parte del tempo in cui le comunità erano fondate sui legami di sangue. Gli iniziati, i sacerdoti, grazie alla iniziazione facevano discendere la sapienza divina, davano direzioni e leggi, perché tutti potessero raggiungere la sapienza e la verità eterne. Al vertice vi era l’iniziato più elevato che faceva scorrere dall’alto della struttura piramidale la sua sapienza. Era la massima autorità. Così tutto era costruito sulla autorità, e il singolo non poteva diventare libero.
Per essere adatti all’iniziazione, era necessaria una particolare attenzione al sangue. “Era importante che il sangue avesse la giusta miscela. Per questo si dava tanta rilevanza al fatto che la generazione del sacerdote non si mescolasse con altro. Per secoli si preparavano le condizioni perché uno fosse il giusto successore, in grado di diventare in questo modo un vero iniziato.”
Se l’umanità intera deve formare una grande unione fraterna, il sangue deve perdere il suo significato nei ristretti limiti avuti fino ad ora. “Ciò che agisce sull’io, che pulsa nell’io, non dovrà più dipendere dal sangue, quando tutta l’umanità sarà matura per un’unione fraterna”. Nel sangue si è innestato l’egoismo, l’autoaffermazione. Dal sangue egoistico che impedisce all’umanità di ampliarsi verso l’io universale, il Cristo liberò la Terra grazie al sangue sacrificale del Golgota. “Considerate la quantità di sangue che sgorgò dalle ferite del Cristo come la quantità che è dovuta scorrere, affinché il sangue perdesse la tendenza a formare comunità ristrette, dando la possibilità di diffondere l’unione fraterna su tutta la terra.”
Il principio del cristianesimo è che ognuno abbia accesso alla sfera della verità e della saggezza, allo Spirito Santo, ma sia anche responsabile per le esigenze di tutta l’umanità, senza più fare affidamento sulle autorità. La sapienza unirà ciò che l’individualizzazione frammenta; infatti la sapienza superiore, la sfera dello Spirito Santo, è unitaria. Anche della verità più alta ne esiste una sola, è unitaria.
Nel miracolo della Pentecoste viene a espressione il fatto che gli apostoli ampliano la loro unione fino a diventare unione dell’umanità, parlando una lingua compresa da tutti. Da un lato lo spirito della verità, insieme al massimo sviluppo della individualità dall’altro, unisce tutti gli uomini; questa è la visione del futuro che si presenta con la festa di Pentecoste.
Si trova una bella espressione di tutto questo in una miniatura di metà del XIII secolo. Gli apostoli sono raccolti intorno a Maria. Ognuno porta la propria fiamma con determinazione e chiarezza. Lo spirito divino che in alto compare come sole unitario nella zona dorata e nutre la sfera della sapienza, è frammentato, divenuto individuale. Ma questa sfera abbraccia e unisce con un bel gesto le figure individualizzate.
L’individualismo e l’unione fraterna fondata dallo spirito diventano tutt’uno. Questo è il segreto della festa di Pentecoste.
 Hella Krause Zimmer, da “Offenbare Geheimnisse der christlichen Jahresfeste“, Freies Geistesleben 2003
(Traduzione di Stefano Pederiva)

Milano, 31 maggio 2020                                                          Fondazione Antroposofica Milanese




1 Le citazioni sono prese dalle conferenze di Rudolf Steiner del 17 e 25 marzo e del 1 aprile 1907, Das christliche Mysterium, OO 97, Rudolf Steiner Verlag, Dornach

domenica 24 maggio 2020

Il giovinetto bianco a Ravenna




Annuncio del rinnegamento di Pietro

  
Grazie a un’opera del primo cristianesimo, i mosaici di Teodorico in Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, diventa molto più trasparente la comprensione del “giovinetto bianco“(1)quale parte essenziale del Cristo Gesù, quale segnatura immaginativa che ne rivela la natura soprasensibile. La figura del giovinetto nei mosaici si collega facilmente al tema del “giovinetto bianco” (e degli uomini in vesti bianche dell’Ascensione).
La figura bianca non compare, come in Marco, solo all’ultimo, ma è costantemente al fianco di Gesù, insieme a lui opera nelle azioni che provengono dalla sua essenza divina (dove la comprensione di questa essenza divina proviene ancora fortemente dall’antichità). Quando compie le guarigioni e i miracoli, il Cristo Gesù è sempre accompagnato da vicino dal giovinetto bianco. Sulla parete della chiesa dove vediamo i mosaici della Passione il giovinetto è scomparso.
Questi mosaici, realizzati poco dopo il 500, presentano inoltre la peculiarità che l’immagine del Cristo si modifica. Nel lato settentrionale lo vediamo giovane, apollineo e bello, mentre nel ciclo della Passione sul versante sud ha un viso emaciato e con la barba. Che la scelta sia intenzionale e faccia parte di una articolata composizione artistica con precisi nessi, diventa chiaramente visibile grazie al giovinetto bianco. Infatti, nella sequenza della Passione compare ancora una volta, ma è solo un’immagine ricordo! A Pietro era stato predetto che avrebbe rinnegato il Cristo tre volte prima del canto del gallo. Questa predizione si avverò poco prima dell’inizio della Passione, dopo l’Ultima Cena. Vi è un rapporto con le profetiche parole del Cristo relative agli eventi che si sarebbero svolti quella notte: “Voi tutti sarete scandalizzati ... Ma Pietro gli disse: quand’anche tutti fossero scandalizzati, io non lo sarò.” Ma il Cristo gli fece capire che prima dell’alba (il canto del gallo) lo avrebbe rinnegato tre volte. Nei mosaici di Teodorico è inserita questa scena, al posto del vero e proprio rinnegamento.

L’arresto di Gesù

Ci mostra il compagno vestito di bianco in una intima, in un certo senso, ultima unione col Cristo. È molto vicino, sta dietro di lui, quale rappresentante delle forze che conoscono il piano della Redenzione e rendono possibili le profezie. Nelle scene successive si vede Gesù, abbandonato da lui, con le braccia rivolte in basso e il volto emaciato.
Rudolf Steiner parla della figura di Gesù dopo la scena di Marco come del Figliuol dell’uomo con il quale il Cristo cosmico aveva ancora solo un legame molto labile:
“Là stava l’uomo che per tre anni aveva scacciato gli influssi luciferici ed arimanici. Là era ripristinato… quel che l’uomo era stato prima che giungessero Lucifero ed Arimane. Solo grazie all’impulso del Cristo cosmico l’uomo era tornato a essere come era stato posto nel mondo fisico muovendo dal mondo spirituale”
Pregando, gli uomini avrebbero dovuto dire: “Là sono io stesso nella mia vera entità, nel mio massimo ideale, là sono nella figura che devo raggiungere da me stesso attraverso l’impegno più sacro… In tutto l’immenso mondo circostante non esiste nulla di così grande da poter essere confrontato con quanto sta qui davanti a noi come Figliuol dell’uomo! In quel momento storico l’umanità avrebbe dovuto avere questa autoconoscenza. E che cosa fece l’umanità? Sputò addosso al Figliuol dell’uomo, lo flagellò e lo condusse al luogo della Crocifissione.”(2)
Ciò che in questo passo ci offre all’elaborazione interiore, si esprime in forma di immagine nella doppia composizione dei mosaici di Ravenna. In modo per certi versi esagerato, ma molto “tipico”, viene presentato il mutamento dal Gesù al quale è collegato il Cristo cosmico (la figura che irraggia giovinezza e bellezza) al “Figliuol dell’uomo”, alla cui nobiltà e grandezza non hanno più parte né i tentatori luciferici, né quelli arimanici, che tuttavia non è riconosciuto, né accolto, dagli uomini.
Se si volesse cercare una dimostrazione che presso i primi cristiani esisteva una comprensione di quanto viene accennato nella scena di Marco, la si trova in questo ciclo figurativo.
Rudolf Steiner ci dà la possibilità di vedere l’Ascensione sotto diversi aspetti. Da un lato segna la fine dell’intenso periodo di insegnamento del Risorto ai suoi discepoli dopo la Pasqua, quando arrivò da loro attraverso le porte chiuse. Quaranta giorni di pure esperienze spirituali e di disciplina spirituale che furono possibili soltanto perché i discepoli erano ancora in grado di attivare i resti di una antica capacità chiaroveggente proveniente dal passato dell’umanità Ma alla fine questa chiaroveggenza li abbandona e così svanisce al loro sguardo anche il Risorto. I loro occhi non riescono più a seguirlo, scompare alla vista, ascendendo verso le nuvole.
Un altro aspetto: il Cristo, “in quanto si è manifestato in involucri esteriori” (comparendo quindi anche in forma corporea), si dissolve “nel mondo spirituale vero e proprio”(3). Questo significa che viene deposta anche la forma del periodo successivo alla Pasqua, che segue ancora nel suo apparire la forma fisica e che gli assomigliava. Anche in questo senso il Cristo svanisce, abbiamo una “ascensione”. Passa nell’aura complessiva della terra e non resta legato alla forma corporea di un singolo uomo.
Dieci giorni dopo avviene una specie di rivolgimento: con l’evento della Pentecoste risorge ora nell’interiorità, nei cuori degli uomini. Ma questa trasformazione ha potuto compiersi perché i discepoli, pesantemente colpiti dallo shock della perdita, solo ora si sentono del tutto abbandonati, nel loro orto animico irrompe pena e perplessità, solo così possono accogliere il colpo spirituale delle fiamme pentecostali.
Una prospettiva ancora diversa si apre con le parole: “Non soltanto l’uomo, ma ogni essere dal più baso al più elevato, impara grazie al fatto di evolversi… Anche le entità spirituali sperimentano qualcosa che li porta ad un gradino superiore. Quanto Egli sperimentò con la propria ascesa in un mondo ancora più elevato rispetto a quello in cui era in precedenza, lo fece apparire a chi gli era stato compagno sulla terra come la sua ascensione”(4).

Note:
1-                  Qui l’autrice fa riferimento a Marco 14,50-53 dove si legge, dopo l’arresto del Cristo: “Allora abbandonatolo, tutti fuggirono. Vi fu però un giovanetto che lo seguiva, avvolto in un panno di lino sul corpo nudo; e lo presero. Ma lui, lasciato il panno di lino, scappò via nudo”. In un articolo precedente scrive: “In alcune traduzioni si legge anche di un lino ‘fine’, oppure ‘bianco’. Un giovinetto ‘avvolto in un panno di lino sul corpo nudo’ corrisponde a un giovinetto vestito di bianco. Rudolf Steiner parla per esteso di questo passo di Marco. Del giovinetto bianco dice che è l’espressione del fatto che dal Cristo si è staccata la sua parte essenziale cosmica, che se ne va ciò che è immortale, abbandonando il ‘Figliuol dell’uomo’ sulla via della sua Passione, restandovi collegato solo in modo assai labile.” Riguardo all’Ascensione ricorda la storia degli Apostoli in cui si legge “E dopo aver detto quanto precede ascese e quando lo seguirono con lo sguardo vedendolo salire in cielo, due uomini in vesti bianche comparvero vicino a lui e dissero: Uomini di Galilea che cosa vedete e che cosa ascende al cielo? Questo Gesù che è stato accolto in cielo abbandonandovi, tornerà, così come lo avete visto ascendere al cielo …”. Ricompare il tema delle vesti bianche. [Nota del traduttore]
2-                   Rudolf Steiner, Il vangelo di Marco, OO 139 – Ed. Antroposofica
3-                  Rudolf Steiner, L’evento della comparsa del Cristo nel mondo eterico, OO 118, 15.5.1910 - Ed. Antroposofica 4- Rudolf Steiner, Il vangelo di Giovanni in relazione con gli altri tre, OO 112 - Ed. Antroposofica
Hella Krause Zimmer, da “Offenbare Geheimnisse der christlichen Jahresfeste“,

2003 Freies Geistesleben

(Traduzione di Stefano Pederiva)




venerdì 22 maggio 2020

Se il computer ci trascina in basso...

Working Late di Zvi Szir 

Sono gli uomini che non pensano più e che diventano 
un blocco di dati il prezzo per le macchine che pensano?
Non dover più andare nella rete sarà ad ogni modo presto
il massimo lusso di libertà esistente in Europa
                                                                                                        Ulrich Dziubany 


Non è facile portare a coscienza l’azione del computer sull’uomo e sul suo pensare. Proprio le persone il cui rapporto col computer è segnato dalla dipendenza o perfino da un tratto maniacale, non vogliono guardare là dove si mostra la realtà spirituale dell’influsso del computer.
Non osiamo farlo perché sappiamo che taglieremmo il ramo su cui siamo seduti. Le persone non libere si preoccupano così tanto del bambino che non vogliono buttar via con l’acqua del bagnetto, che non si accorgono affatto di quanto si presenti rugoso e cianotico.
Cosi dice Andreas Laudert nel suo mirato linguaggio immaginativo. L’arte che spesso coglie quanto sfugge allo sguardo quotidiano può essere qui di grande aiuto.
In questo senso sono particolarmente grato a un quadro dell’originale artista antroposofo Zvi Szir che dirige a Basilea la scuola d’arte NeueKUNSTschule. Con il quadro Working Late, Zvi Szir mi ha permesso di sperimentare e di conoscere che cosa può succedere all’uomo davanti al computer.
Vorrei qui descrivere quel che noto, osservando il quadro, e collegarlo alle mie esperienze con il computer. Altri potranno magari vedervi dell’altro o darvi un peso diverso. Questo è il bello di un quadro: è molto più grande dei pensieri che vi sovrapponiamo. Lascia aperte più possibilità di interpretazione.
Paralisi della volontà: inizio guardando la tavola che separa il terzo inferiore del quadro dai due terzi superiori. Rispetto all’uomo seduto davanti al laptop, la tavola separa l’area superiore del sentire e del pensare dall’area inferiore della volontà. Siamo così già a un punto essenziale: chi non conosce la paralisi della volontà che produce in lui il computer? Tanto è semplice accenderlo, tanto è difficile spegnerlo! Quante volte ci si propone di guardare velocemente solo la posta e poi, due ore dopo ci si risveglia da attività insensate, ammettendo a se stessi con qualche senso di colpa che si è semplicemente buttato via tempo prezioso!
Sembra che davanti a quell’apparecchio non solo perdiamo il senso del tempo, ma anche la presa consapevole sulla volontà. Dimentichiamo quanto in realtà vogliamo e veniamo risucchiati, affascinati da una qualche potenzialità della tecnica o di Internet.
La zona della volontà sotto la tavola è buia. Vi si riconoscono con difficoltà delle forme. Vi domina volontà oscura, non rischiarata. Le gambe dell’uomo sono strette fra loro e ripiegate. Si ha l’impressione che siano schiacciate l’una sull’altra e bloccate. La volontà dell’uomo è bloccata davanti al computer. I colori sono del resto quelli del bambino piccolo, celeste e rosa. La volontà diviene infantile. Per me è una immagine azzeccata per quanto sperimento ogni volta: davanti al computer gli adulti possono essere perduti e pilotati da fuori come lo sono i bambini e i ragazzi.
Quella disciplina della volontà, a cui abbiamo tentato di educarci nel corso degli anni, scompare misteriosamente non appena si è seduti davanti a quella scatola luminosa dalle sconfinate possibilità. Si diventa infantili nella volontà. Infantili e legati. La presa sulla volontà si indebolisce. Sorge una paralisi nell’ambito del volere.
La natura del desiderio sopraffà il sentire: sul tavolo sta il computer grigio con la mela bianca: è quella che ha morsicato Eva portando al peccato originale? (Se si tiene conto che Steve Jobs stabilì il prezzo di vendita dell’Apple I 1975 a 666,66 dollari si può pensare anche ad altri ispiratori, rispetto alla dolce serpe del paradiso…).
Il laptop aperto riempie lo spazio del respiro e del cuore con un rettangolo grigio, riempie lo spazio con una assenza di colore, lontano dall’anima, là dove stanno la nostra facoltà di amore (cuore) e i nostri organi di equilibrio sociale (polmoni). In molte biografie umane è diventato realtà: grazie alle cosiddette reti sociali come Facebook, Twitter, e WhatsApp la loro vita di rapporti umani è stata risucchiata dalla macchina. Ci si incontra nella macchina. L’ambito più sacro dell’uomo: l’elemento sociale, viene affidato alla macchina. Facebook calcola per me quali notizie degli amici sono più importanti rispetto ad altre. La macchina interferisce nel mio comportamento sociale. Vanno persi il rispetto e la partecipazione.
Gli uomini sembrano sempre più colmi di grigia indifferenza nello spazio del cuore. Il grigio del rettangolo mi ricorda anche gli Uomini grigi del romanzo Momo di Michael Ende. Sono gli spiriti arimanici che convincono gli uomini a risparmiare tempo. In questo modo rubano loro il tempo. Chi ne cade vittima trascura le vicende del proprio cuore e diventa sempre più freddo nei confronti dell’elemento realmente umano.
Tanto più dominato dall’istintualità appare il resto dell’uomo. L’utilizzatore del computer riluce di un fiammeggiante rosso, arancio e giallo. Gli occhi spalancati sono affascinati. Fissa ipnotizzato lo schermo. L’uomo incontra con bollenti brame e desideri la fredda scatola meccanica. Dopo la scoperta dell’America molti europei furono pieni di brame per l’oro del nuovo continente. Si accesero passioni incredibili verso quel paese dalle possibilità illimitate.
Oggi il paese delle possibilità illimitate non si trova più in America. È in Internet. Molte cose sono gratuite, molte sollecitano la natura di desiderio e di brama dell’uomo. E come nel buon vecchio, selvaggio West, si può spadroneggiare, mantenendo una certa anonimità, senza responsabilità e senza coscienza morale. (Quest’illusione durò almeno fino alle rivelazioni di Edward Snowden.)
Vi si può vedere il principio della batteria: da un lato la freddezza e la perfezione di una tecnica sempre più veloce e miniaturizzata e dall’altro fiammeggia l’inesauribile vita di desideri e istinti dell’uomo emozionale. La macchina dà il meno, l’uomo il più. In mezzo nasce una vita simbiotica in cui si confondono realtà e illusione. Quanti sono gli uomini che pensano di avere in pugno la macchina, quando è invece la macchina che li tiene in pugno!
Chi pensa? È la batteria, la confluenza di tecnica e uomo che attira l’essere sinistro che si avvicina da dietro quale ispiratore e guida? Appare in una sfumatura grigio-blu. È il polo opposto dell’uomo affascinato dalla tecnica e carico di desideri. L’uomo è arancione giallo e caldo, questo essere è freddo e blu.
L’uomo con gli occhi spalancati mostra di essere dominato dallo schermo e di non vedere più con chiarezza. L’essere ha invece uno sguardo molto concentrato e mirato. Sa esattamente quello che vuole. Tiene saldamente la parte superiore del braccio dell’uomo e ne determina le operazioni con il “mouse” sul quale è appoggiata la sua mano destra.
Chi conosce le indicazioni date per l’euritmia riguardo alle rappresentazioni dei Drammi-mistero si accorge che questa mano che guida il “mouse” compie esattamente il gesto di Arimane. La mano deve adattarsi al mondo di Arimane, quando il computer ci invita a una compagnia simbiotica. L’altra mano dell’essere è sulla nuca, fra la testa e la spalla, si potrebbe anche dire: là dove pensare e sentire dovrebbero incontrarsi.
Questo freddo essere ispiratore sta dietro all’uomo davanti al computer come un potente Mefisto manipolatore. Quali pensieri vengono pensati in questo modo? Chi è che pensa? Un essere arimanico? Devo qui pensare alle descrizioni che fa Rudolf Steiner su Arimane quale scrittore.
Non è affatto facile comprendere che cosa avvenga in noi quando pensiamo davanti al computer. Infatti, è un’assoluta minoranza fra gli uomini quella che vuole osservare il proprio pensare. Si è abituati a usare il pensare sempre rivolto ad un certo contenuto. Così non si arriva mai a pensare il pensare come tale. È chiaro il “che cosa” del pensare: sono i concetti e i relativi collegamenti nel percorso dei nostri pensieri. Dormiamo invece rispetto al “come” del pensare.
Quali sono per esempio le qualità che vivono nel nostro movimento di pensiero quando cerchiamo di comprendere una frase filosofica, o quando ci lamentiamo dei nostri simili o quando compiliamo una dichiarazione dei redditi? Il nostro pensiero è freddo o caldo, rispettoso o brutale, profondo o approssimato, organico o meccanico, aperto o dogmatico, collegato o staccato dal cuore e dalla volontà?
Osservare il pensare è la chiave della Filosofia della libertà di Rudolf Steiner. Viene lì indicato come “condizione eccezionale”. Nonostante Rudolf Steiner abbia descritto questa autoconoscenza del pensare nella sua grande importanza, oggi è una eccezione che la si realizzi. Il libro pubblicato da John Brockman “Come ha modificato Internet il vostro pensare? Le teste che guidano oggi l’esistenza digitale” (tascabile Fischer 2011) è un triste esempio dell’incapacità per la maggioranza degli uomini di osservare il proprio pensare. Artisti, professori, ricercatori e altre figure famose rispondono a questa domanda. Quale insegnante di lettere avrei scritto sotto quasi ogni saggio “fuori tema”. In quanto non rispondono affatto alla domanda. Scrivono invece qualcosa che conoscono o che cosa pensano del tema. Evidentemente sono pochissimi quelli che riescono ad osservare e descrivere il cambiamento del pensiero prodotto da Internet.
Una piacevole eccezione è quella di Nicholas Carr che nel suo libro, che caldamente consiglio, “Chi sono quando sono on line … e che cosa fa il mio cervello nel frattempo? Come Internet modifica il nostro pensare”descrive la trasformazione del suo pensare davanti al computer:
Come ha constatato McLuhan, i media non sono solo canali di informazione. Passano la materia per nuovi pensieri, ma formano anche il processo del pensare. Un effetto di Internet sembra essere che mi diventa sempre più difficile concentrarmi ed elaborare intensamente col pensiero. Che io sia on line o no, il mio cervello attende che io lo nutra di informazioni come fa Internet: con un flusso rapido di particelle. Una volta ero un tuffatore nel mare della parola. Oggi scivolo via sulla superficie a folle velocità come uno sciatore supersonico.
Il quadro di Svi Szir mostra ciò che descrive Carr. I pensieri sono diventati superficiali e poco concentrati. Perché? Perché la volontà non è più collegata al resto dell’uomo. E perché il sentire viene gonfiato di fuoco, ma penetra in una area del cuore vuota, in quanto una macchina non può mai essere un alter ego degno dell’uomo. Il sentire vaga quindi a vuoto, carico di desideri e separato dal punto centrale del cuore. I pensieri non sono più collegati con cuore e volontà. Vengono sollecitati e sospinti, così come lo è l’uomo dalla fredda entità che, a differenza sua, sa esattamente che cosa vuole.
Chi è desto quando noi dormiamo davanti al computer? I pericoli essenziali del computer e della rete si chiariscono soltanto con un pensare che non veda l’uomo limitato al corpo fisico. Le azioni più incisive sono connesse agli arti costitutivi superiori dell’uomo.
Uno degli aspetti fondamentali dell’antroposofica di Rudolf Steiner è una visione dell’uomo che abbraccia diversi arti costitutivi del suo essere. A seconda delle prospettive e dell’ottica seguita si possono articolare in modi diversi. Nel presente contesto può essere utile seguire la quadripartizione: corpo fisico, corpo eterico, anima (corpo astrale) e spirito (io). (È del resto un’articolazione nota già agli antichi Egizi che distinguevano fra chat, ka, ba, e ach).
Il corpo fisico è l’arto costitutivo già abbastanza noto alla scienza più recente.
Più difficile da afferrare e descrivere è il corpo eterico. Gli dobbiamo soprattutto la crescita, la riproduzione, le trasformazioni, la capacità di pensare, di amare, di ricordare. In Asia la sua forza è chiamata “Ki” o “Chi”. L’anima ci è di nuovo più vicina. Vi sono attivi il nostro sentire, i nostri pensieri, i nostri impulsi di volontà.
Ciò che in noi pensa, sente e vuole è di natura spirituale. È il nostro io. Un io desto è una realtà specifica dell’uomo. L’anima l’abbiamo in comune con gli animali, il corpo eterico con gli animali e le piante, e il corpo fisico con tutto ciò che incontriamo sulla terra.
L’uomo attivo nella rete mostra la seguente collaborazione degli arti costitutivi: il corpo fisico è molto quieto, si muove solo la periferia (la punta delle dita).
La vita, il corpo eterico, si ritira e perde di forza. Ne è segno il diventar freddo degli arti e il senso di vuoto che si sperimenta. Il corpo eterico scompare sempre di più nel corpo fisico. L’uomo si avvicina all’elemento morto.
L’anima, portatrice emozionale dello spirito, vola attraverso il mondo di illusioni della rete, senza un legame con la realtà sensibile. Siamo in Australia, in America, nel tutto a seconda della pagina della rete che stiamo visitando. Ma siamo sempre in una illusione della lontananza, che non è reale lontananza. Gli arti costitutivi inferiori diventano sempre più fermi. L’anima e lo spirito vanno per vie autonome, separati da corpo fisico ed eterico, e questo a una velocità nervosa. Si ha così un’estraneazione fra gli arti costituivi inferiori e superiori.
Questa costellazione degli arti costitutivi è uguale a quella dello stato di sonno. Anche lì gli arti costitutivi inferiori arrivano a quiete e quelli superiori aleggiano in altri regni. Vi è dunque un piano sul quale il computer ci mette sonno! Ci porta in una condizione imparentata con il sonno.
Nel sonno vero è l’angelo che si occupa di noi. Riempie con coscienza di salute ciò che lasciamo libero nel sonno. Chi ci riempie quando davanti al computer ci addormentiamo parzialmente? Chi trova la propria gioia occupando il posto che si libera? A chi ci mettiamo a disposizione quando ci facciamo “tirar giù” dal computer? E’ l’essere freddo che sta come ispiratore dietro all’uomo pieno di passioni?
Se penso all’immagine dell’uomo parzialmente addormentato davanti al computer mi vengono un po’ i brividi … e tanti uomini si uniscono in un sonno collettivo davanti al computer. Che cosa viene fatto dell’umanità? Una comunità di uomini addormentati? Ma chi veglia al nostro posto?
Vi do un consiglio: quando la prossima volta siete davanti al computer, voltatevi una volta per vedere chi sta dietro di voi! Forse riuscirete allora a spegnere prima l’apparecchio …
Siamo malati e abbiamo bisogno di aiuto: non si tratta ovviamente di demonizzare il computer. Non è neppure la causa del male, sono i fenomeni che lo accompagnano. L’umanità è malata già da tempo. La catena degli arti costitutivi degli uomini già da tempo non è più inanellata in modo che l’io possa realmente agire attraverso l’anima e il corpo eterico fin nel corpo fisico. Il corpo eterico è così debole che viene messo in pericolo il collegamento con gli arti costitutivi superiori, corpo astrale ed io.
Già nel 1920 Rudolf Steiner diceva ai maestri della scuola Waldorf:
"L’umanità corre oggi il rischio (…) di perdere l’animico-spirituale. Infatti l’impronta fisico-corporea dell’animico-spirituale si trova oggi, in quanto molti uomini pensano in questo modo e in quanto l’animico-spirituale dorme, davanti al pericolo di passare nel mondo arimanico e che l’animico- spirituale si volatilizzi nell’universo. Viviamo in un tempo in cui gli uomini hanno davanti a sé il pericolo di perdere l’anima, per via dell’impulso materialistico. Si tratta di una cosa seria. L’abbiamo di fronte. Questo fatto deve oggi diventare il segreto che sempre di più ha da svelarsi per riuscire, conoscendolo, a operare in modo fruttuoso.”
Ai medici e ai sacerdoti della Comunità dei cristiani disse nel 1924:
Questo è qualcosa (…) che i medici e i sacerdoti attivi nell’umanità attuale dovrebbero comprendere per primi. Infatti si può proprio dire che oggi si possono osservare dappertutto due cose. L’io e il corpo astrale dell’uomo, nonostante lo stato di veglia, in fondo non trovano in modo corretto il corpo fisico e il corpo eterico.”
La crisi di questa connessione fra arti costitutivi è la chiave di molti fenomeni dell’attuale non cultura. Il computer rende visibile questa separazione fra arti costitutivi superiori e inferiori.
È la malattia nella connessione degli arti costitutivi diventata macchina. E’ il frutto del nostro sonno quale conseguenza della mancanza di legame dell’io col corpo. Naturalmente la macchina accentua il nostro indebolimento. Ci trascina sempre di più nel sonno, nella separazione fra arti costitutivi superiori e inferiori. Con questo non solo indebolisce la nostra volontà, ma anche il nostro io, che non riesce più a manifestarsi fin nella volontà guidata dal corpo.
L’apparente amico e aiuto si rivela come specchio della nostra malattia e come falso amico che ci indebolisce proprio là dove già siamo deboli.
Un bilanciamento al computer dovrebbe esprimersi così:
Desta la volontà capace di afferrare, armonizza il sentire, individualizza il vissuto del pensare. 
Quanto è stato riconosciuto e deciso dall’io deve riempire l’anima, muovere il corpo eterico e portare ad azioni terrene. 
Si può esercitare questo particolarmente bene con l’euritmia. Se l’essere desti significa la cooperazione di tutti gli arti costitutivi, non si può essere più desti di quanto non lo si sia quando si fa euritmia. Oggi è particolarmente importante la collaborazione fra anima (corpo astrale) e corpo eterico, perché è lì che si decide se siamo desti o addormentati, in quanto è lì che si interrompe la catena nel passaggio da veglia a sonno. Molto dipende dal corpo eterico, perché deve avere la capacità e la forza di portare come una coppa gli arti costitutivi superiori. Solo così la catena può mostrare un tessuto sano. Qui abbiamo bisogno del Cristo che oggi agisce soprattutto nel mondo eterico.
Alla fine la decimazione del corpo eterico dovuta al computer desterà sempre più nell’umanità la nostalgia di una guarigione nell’ambito eterico.
 Note:

1  - Andreas Laudert, Abschied von der  Gemeinde.  Von  der  anthroposophischen  Bewegung  in  uns,  Basel  2011 
1a – Ulrich Dziubany, Einer Mutter Zeit, Norderstedt 2011
2   - Rudolf Steiner, Considerazioni esoteriche su nessi karmici – vol. III, OO 237, 4.8.1924 e 8.8.1924
3   - Rudolf Steiner, La filosofia della libertà, OO 4, il capitolo „Il pensiero al servizio della comprensione del
mondo”
4  - Nicholas Carr, Wer bin ich … wenn ich on line bin …, Monaco 2010 
5 - Rudolf Steiner, Teosofia, OO 9, “L’essere dell’uomo
6 - Rudolf Steiner, Konferenzen mit den Lehrern der Freien Waldorfschule 1919 bis 1924, OO 300a 
7 - Rudolf Steiner, Corso di medicina pastorale, OO 318
8    - Sivan Karnieli/Johannes Greiner, Schau in dich, schau um dich – ein Buch zur Eurythmie, Steinbergkirche-Neukirchen 2016, capitolo “Die Krise des Ätherleibes und die Mission der Eurythmie“
9    - Sull’azione del Cristo nel mondo eterico Rudolf Steiner parla per esempio nei volumi: L’evento della comparsa del Cristo nel mondo eterico, OO 118 - L’impulso-Cristo e la coscienza dell’io, OO 116 Il cristianesimo esoterico e la guida spirituale dell’umanità, OO 130. Vedi anche Anton Kimpfler, Ankunft und Wiederkehr des Christus, Dornach 2001 e Die Zeit der Wiederkunft – Christus begegnen, Kiel 1988
Johannes Greiner, da In Ahrimans Welt, Edition Widar, 2018 
(Traduzione di Stefano Pederiva)




giovedì 21 maggio 2020

La peste nera del 429 ad Atene


Capolavoro nel capolavoro, Tucidide descrisse, nella Guerra del Peloponneso, l'epidemia di peste nera che colpì Atene nel 429 a.C. (Libro II, 47-54). Allora, in guerra da un anno con la Lega del Peloponneso guidata da Sparta, l'arroccata città marittima fu duramente colpita dall'epidemia.
Atene, cioè l'assemblea dei cittadini riuniti sulla Pnice, aveva adottato il piano del suo stratega Pericle. Padrona dei mari, non avrebbe combattuto contro la falange spartana - presumibilmente invincibile - ma sul mare. Bastava abbandonare le campagne circostanti alle incursioni nemiche. La popolazione rurale si rifugiava dietro le lunghissime mura che univano la città al porto del Pireo. Questa costruzione era stata peraltro percepita come aggressiva: Sparta vedeva una rottura degli accordi in queste fortificazioni così difficili da superare per la pesante fanteria degli opliti greci. Dal primo anno di una guerra che sarebbe durata ventisei anni, gli ateniesi abbandonarono l'Attica in preda alla devastazione del nemico. Trattandosi di una guerra stagionale, l'invasione si ripeteva. Invece di essere una semplice riedizione, la vicenda si rivelò negativa per Atene, la cui popolazione confinata tra le sue mura fu colpita dalla peste.
Nell'intraprendere la descrizione della peste, lo storico dichiara di voler essere utile in futuro di fronte a tale piaga.
L'episodio ebbe come testimone l'ateniese Tucidide, spesso considerato il primo storico. Questa reputazione è ben meritata, poiché il racconto della guerra del Peloponneso è il primo esempio di narrazione razionalista. A partire da questa prima spiegazione causale che chiama in causa l'imperialismo di Atene contro le città greche legate alla loro indipendenza. Uno schema che continuerà a fiorire negli studi strategici fino ai nostri giorni. Allo scoppio della guerra, non c'è posto per l'ira degli dei o la bellezza di una donna. Ma per le ambizioni degli uomini e delle città. Da questo punto di vista, la storia della peste è veramente sconvolgente, in quanto il suo autore è eccezionalmente lucido di fronte a eventi che facilmente generano superstizione e cecità. Nell'intraprendere la descrizione dell'epidemia, lo storico dichiara il suo desiderio di essere utile in futuro di fronte a tale piaga. Anche se la storia è ben nota, non è inutile analizzarla di nuovo se è vero che le condizioni di lettura possono influenzare la sua comprensione e quindi se l'attuale pandemia di Covid-19 dell'anno 2020 d.C. permette un nuovo approccio a un dramma vecchio più di due millenni.
Una storia clinica
Tucidide annuncia che si asterrà dal cercare le cause della peste, per mancanza di competenza, dice (una modestia eccezionale nel suo e in altri tempi), ma fornisce un resoconto del percorso della malattia dall'Etiopia, dall'Egitto e dal Levante. Il suo approccio è descrittivo e preciso; è anche volto ad aiutare gli uomini del futuro. È il primo resoconto realistico, storico e clinico di una grande epidemia, se si ammette che le rievocazioni della peste nell'Antico Testamento o nell'Iliade non rientrano in questa categoria. Dopo aver sottolineato l'impotenza di fronte al male, illustra i sintomi fisici della malattia tanto bene proprio per esserne stato contagiato ed essere sopravvissuto. Descrive quindi la sete che brucia dall'interno e spinge i malati a cercare l'acqua nei pozzi e nelle fontane.
Lo storico specifica il percorso della malattia dall'alto verso il basso del corpo e le fasi della morte. Cambia ben presto il taglio descrittivo, concentrandosi sugli effetti sociali della peste, sui rapporti tra gli abitanti, su quei rapporti sociali distrutti dal panico, gli abbandoni, la mancanza di pietà. Poi, in un quadro particolarmente originale, descrive gli effetti psicologici della malattia fino alla ricerca sfrenata del piacere di fronte all'imminente minaccia di morte. In questo periodo di pandemia, vale la pena leggere o rileggere la descrizione della peste nera.
Se non entra nell'eziologia della malattia, Tucidide non si cura neppure delle spiegazioni che, dice, sorgono inevitabilmente in queste situazioni. Quando evoca le antiche profezie, è per dimostrare che varrebbero in tutti i casi e che quindi in realtà non valgono nulla. Come quella che annuncia i disastri provocati dalla fame (limos) quando si tratta della peste (loimos). Se fosse accaduto il contrario, la medesima profezia sarebbe stata invocata con la stessa convinzione, assicura con inconfutabile buon senso. Quanto all'oracolo di Delfi, era risaputo che non era insensibile alla corruzione e all'influenza di Sparta.
Rifiutando l'approccio irrazionale, Tucidide individua le tracce della peste provenienti dall'Etiopia, dall'Egitto, dalla Persia e da alcune isole greche, suggerendo una progressione della malattia e quindi un percorso di contagio. Un tipo di spiegazione che si sarebbe affermato solo nel XVIII secolo, ma che, pur in assenza di una spiegazione razionale e soprattutto scientifica, portò le autorità a premunirsi contro il contagio molto prima che venisse scoperto. L'osservazione o l'intuizione precedettero il metodo sperimentale. Così, quando arrivò ad Atene, l'epidemia colpì per la prima volta il Pireo, un porto sovraffollato di marinai, mercanti, meteci e schiavi, prima di diffondersi nella città alta e nei suoi bellissimi quartieri.
Il teatro di questa diffusione della malattia fu la guerra...
Un'altra indicazione descrittiva che prelude a future spiegazioni è che l'epidemia si presenta come un evento legato alla guerra, come la storia ne ha conosciuti tanti: il confinamento (in tempi di assedio). L’ammassarsi all’interno delle mura cittadine di una popolazione accresciuta dalla massiccia affluenza dell’Attica rurale aumenta notevolmente la mortalità. Inoltre, quando Atene invia rinforzi a Potideo, i suoi soldati vengono decimati durante l'operazione e contagiano anche le truppe presenti. Il teatro, per così dire, di questa diffusione della malattia è la guerra. I nemici si evitano, si uccidono, ma non si infettano a vicenda. Tucidide fa notare che la peste risparmia il Peloponneso, cioè il territorio del nemico. Lo storico continua a raccogliere osservazioni che assumeranno una grande importanza nelle epidemie dei millenni a venire. Senza essere ben compreso e senza avere termini precisi per dirlo. Così egli nota la vulnerabilità degli operatori sanitari che registrano il più alto numero di morti o, al contrario, evoca l'immunità di gruppo: quei malati che sopravvivono alla malattia e sono quindi protetti da essa. Non senza sviluppare, per alcuni, un senso di invulnerabilità vicino allo squilibrio mentale.
Attribuzione di responsabilità
Abbagliati dalla descrizione della peste, i lettori della Guerra del Peloponneso prestano meno attenzione al resto della storia. Pericle viene semplicemente chiamato in causa nel dramma che scuote la città (II, 59-64). È nella natura dell'uomo, suggerisce Tucidide. Ma anche in quello di un regime democratico come quello di Atene. Tucidide non poteva prevedere i secoli che sarebbero seguiti, nei quali le popolazioni avrebbero attaccato meno i governanti e piuttosto le minoranze etniche o religiose, quando le epidemie avrebbero trovato uno sbocco nei massacri degli ebrei. Atene prefigurava la "razionalità democratica", così egli la descrisse.
In città, le conversazioni, le voci riguardavano i politici e prima di tutto colui che aveva dominato la vita politica per due decenni. In questo caso, Pericle, stratega della guerra del Peloponneso. Non ha schivato e ha persino preso l'iniziativa di convocare le demo sulla Pnice, come il suo ruolo di stratega gli consentiva di fare. Qui lo storico ricorre a un metodo narrativo classico trascrivendo il discorso dello stratega. Dice: "Quasi", per schiarirsi le idee, come non sempre fa. È vero che questo discorso è meno vivace di altri. Tuttavia, egli fornisce le grandi linee della difesa di Pericle come anticipo di altri appelli dei capi coinvolti, come è la regola nei grandi eventi.
Lungi dal chiedere scusa, sostiene innanzitutto che i cittadini perdono di vista il fatto che in queste circostanze l'interesse collettivo prevale sull' interesse individuale, perché se la città viene sconfitta, tutti saranno sconfitti. Non è più la solenne enfasi dell’orazione funebre per i morti del primo anno di guerra, un grandioso inno ad Atene e alla democrazia. Si tratta piuttosto di un discorso sulla forza della necessità. La guerra è qui, che ci piaccia o no. Nessuna scelta: vittoria o morte (o almeno servitù e umiliazione).
Il leader politico è stato attaccato in nome della sua responsabilità? Non cerca di sfuggire alle colpe, ma le associa alla responsabilità del popolo. Certo, lui stesso ha proposto questa strategia, ma l'assemblea dei cittadini l'ha adottata. Se mette in dubbio il piano, deve assumersene la colpa. Come ha potuto aggredire l'uomo integerrimo che la guida e che non le ha nascosto nulla? Pericle rovescia la medaglia. Chi poteva prevedere la peste? A differenza dello storico, egli evoca gli dei, ma quasi come una convenzione stilistica. Non c'è nulla che suggerisca che egli abbia creduto per un momento in un messaggio divino, o in una punizione. Astuto, si potrebbe pensare. In ogni caso, l'Ecclesia ha fiducia in lui.
Tucidide non fa mistero della sua ammirazione per Pericle, di cui descrive l'eccezionale statura. Senza abbandonare la guida della città, Pericle morì due anni e mezzo dopo. Di peste o delle sue conseguenze. Tucidide conclude il suo racconto con un elogio funebre. Questa simpatia spiega come mai Tucidide abbia dimenticato un punto debole nella difesa di Pericle? Egli invoca una responsabilità condivisa con il popolo, come pochi leader oggi oserebbero (potrebbero?), ma anche l'irresponsabilità di fronte al destino. La sua strategia, sostiene, è stata buona; propone di continuare. Non aveva contribuito all'esplosione dell'epidemia tra le mura della città assediata, mentre i territori degli assedianti venivano risparmiati? Era ovvio, a maggior ragione per uno spirito come quello di Tucidide, che lo aveva più volte suggerito, che l'eccezionale affollamento nella città assediata aveva favorito il diffondersi della peste. Tutta la sua descrizione lo attesta. Ma la strategia catastrofica di Pericle non viene mai messa in discussione. È che Pericle ha proposto una politica all'Assemblea Sovrana, che l'ha adottata: in ultima analisi è quindi una sua "responsabilità politica". Pericle fa bene a restituirgliela.
Considerando il nostro modello di democrazia rappresentativa e la nostra conoscenza dei meccanismi epidemici, non comprendiamo immediatamente la soluzione politica della crisi ateniese. Soprattutto, misuriamo la differenza con il nostro prossimo futuro, quando la pandemia di Covid-19 metterà a confronto i governanti attuali e gli antichi con le loro responsabilità. Quale responsabilità? Criminale o politica? È un destino crudele che concede responsabilità tanto immense a governanti convinti di fare solo scelte politiche ordinarie.
Alain Garrigou

Le Monde diplomatique, 6 mai 2020

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