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martedì 12 marzo 2013

Cris Thellung, fotografo a Milano

Fino al 4 maggio
"Il volto di Jim Morrison che appare sui muri e le chiocciole del Cracking art group che prendono possesso delle piazze, le sfumature psichedeliche assunte dal cielo in onore dei Pink Floyd e i personaggi da fumetto comparsi nei musei accanto alle opere di Victor Vasarely: è il mondo del fotografo e giornalista Cris Thellung, sempre sul filo del paradosso. Nei suoi scatti, esposti a Milano dal 22 marzo al 4 maggio al nuovo concept store Dress E Book in via Giovanni da Milano nell'ambito della mostra 'Relocate', gli scenari urbani si mescolano con l'arte, intesa come musica o pittura, cinema o scultura. La regola è delocalizzare, isolare alcuni elementi significativi di grandi opere del passato dal loro contesto originario per poi farli rivivere 'on the road'. L'esposizione, curata da Stefano Bianchi, è inserita nel programma del PhotoFestival, dedicato alla fotografia d'autore (Lucia Landoni)."

domenica 6 maggio 2012

Non vedere attraverso la finestra - di Lunettes Rouges

Matisse Porte-Fenêtre à Collioure -1914
La finestra è stata (da Alberti in poi, se non addirittura prima) l’emblema stesso della pittura, finestra sul mondo, “camera con vista”, per così tanto tempo che ora è interessante vedere un’esposizione (al K20 di Düsseldorf fino al 12 agosto) che mostra la distruzione di tale concetto.
Robert Motherwell  The Garden Window   
Forse è con questo strano e affascinante quadro di Matisse, dipinto a Collioure nel 1914, che bisogna iniziare: si distinguono bene alcuni tratti orizzontali nella persiana azzurra a sinistra, qualche colatura nel grigio, delle screpolature nel verde turchese, ma nulla può distrarre dall'abisso nero che si apre davanti a noi, così puro, appena ombreggiato, dove non si riesce quasi a distinguere la ringhiera del balcone; solo la diagonale in basso dà un certo realismo prospettico. È il solo quadro che Matisse dipinse durante quel soggiorno a Collioure dove si era rifugiato per sfuggire all’avanzata tedesca all’inizio della guerra, ed egli, che dipinse tante vedute attraverso la finestra, qui non ci mostra altro che il nero. Durante la sua vita, non volle mai esporre questo quadro. Vi si può cogliere una rappresentazione del suo tempo, l’inizio della guerra, ma lo si può anche leggere oggi alla luce dell’espressionismo astratto. Qui vi è la prima negazione della finestra come strumento di visione. In tal senso va collocato anche The Garden Window di Robert Motherwell. 
Marcel Duchamp Fresh Widow
Dopo Matisse, la presa di posizione è più chiara, più esplicitamente formulata. Marcel Duchamp è forse il primo a guardare la finestra non più come un mezzo per vedere (e quindi una strutturazione dello sguardo) ma come un oggetto in sé: lo pone su un piedistallo, ne macchia i vetri (La bagarre d’Austerlitz) oppure li annerisce (in realtà li sostituisce con teli di cuoio “da lucidare tutte le mattine come un paio di scarpe, perché siano lucenti come autentici vetri”) ed è il famoso Fresh Widow, la “vedova sfrontata” che dà il titolo alla mostra.
Molti altri proseguono in questa materializzazione della finestra, nella sua trasformazione in oggetto formale, ed Eva Hesse, Josef Albers, Ellsworth Kelly (sua la bella fotografia di un vetro rotto: riflesso e buco nero) sono qui ben rappresentati.
René Magritte La lunette d'approche
Altri giocano con la percezione del reale attraverso la finestra, innanzi tutto Magritte tra vista sull'abisso, visione surrealista, rottura e illusione. Così La Lunette d’approche non si apre che sul nero, la visione ipotizzata è forse una semplice rappresentazione e non il reale dietro il vetro. In un filone analogo, l’installazione di Olafur Eliasson Seeing yourself seeing, metà vetro e metà specchio, diffrange la realtà, mescolando visione e riflesso.
Ellsworth Kelly Broken Window
Ma molte delle opere più recenti qui esposte sembrano meno pertinenti, un po’ come se tutto fosse già stato detto sul soggetto, esaurito. Che Christo drappeggi vetrine, che Günther Förg giochi con i riflessi, che Isa Genzken metta la finestra su un piedistallo, che Sabine Hornig realizzi grandi installazioni sulla trasparenza dove apre uno spiraglio nel muro verso un vuoto invisibile, che Toba Khedoori giochi con i trompe-l’oeil della prospettiva sono, prese singolarmente, opere interessanti, ma danno un po’ la sensazione che il soggetto sia oggi esaurito, che forse si sia detto tutto sulla finestra e che la si potrebbe chiudere.
Poche fotografie nella mostra (Jeff Wall, certo!), ma mi sarebbe piaciuto vedere per esempio il lavoro di Anne-Laure Maison che guarda dall'esterno le finestre illuminate di notte, o della fotografa giapponese Shizuka Yokomizo la quale avverte gli abitanti di un certo edificio che, se lo desiderano, li ritrarrà alla loro finestra dalla strada di notte: a loro la scelta di essere là o di chiudere le tende. La finestra come veicolo di un voyeurismo consentito.
Un solo video, di Jochem Hendricks, mostra la sistematica distruzione dei vetri di un edificio piuttosto decrepito; un attore invisibile si sposta di stanza in stanza (come un Cavallo di Perec?) e li infrange dall'interno con metodo, secondo un ineluttabile processo distruttivo.
Il rumore di vetri infranti riempie la galleria: è la fine della finestra.
Jochem Hendricks Front Windows


Foto Duchamp e Matisse per cortesia di K20 :

- Marcel Duchamp, Fresh Widow, 1920/1964, Modell eines französischen Fensters, Holz bemalt, Glas, Leder, 77,5 x 45 x 10,2 cm, The Vera and Arturo Schwarz Collection of Dada and Surrealist Art in the Israel Museum, The Israel Museum, Jerusalem B 72.0532, © Succession Marcel Duchamp/ VG Bild-Kunst, Bonn 2012, Foto: the Israel Museum, Jerusalem by Avshalom Avital.

- Henri Matisse, Porte-fenêtre à Collioure (Fenstertür in Collioure), 1914, Öl auf Leinwand, 116,5 x 89 cm, Centre Pompidou, Paris. Musée national d'art moderne/Centre de création industrielle, © Succession Henri Matisse / VG Bild-Kunst, Bonn 2012, Foto: bpk, CNAC-MNAM, Philippe Migeat


Ne pas voir à travers la fenêtre - pubblicato da Lunettes Rouges il 6 maggio 2012

mercoledì 21 marzo 2012

La prima notte - di Lunettes Rouges


Piero della Francesca, Il sogno di Costantino, Arezzo
Si tratta, forse, della prima volta che un pittore occidentale rappresenta una scena notturna: un cielo cupo, un po’ nuvoloso, tagliato dai coni appuntiti delle tende da campo. Una sola sorgente di luce, ma divina: la croce, appena visibile, tenuta dall'angelo. La luce gioca con i festoni di tela della tenda, modella la trave che la sostiene e soprattutto accarezza le armature delle due guardie che dall'ombra emergono in primo piano; ed è questo gioco tra ombra e luce, in particolare sul soldato di sinistra, sul suo casco, sulla sua spalla, mai così rappresentato in precedenza. L’imperatore dorme e sogna; domani vincerà. Il suo servitore (il suo scriba, mi piace immaginare), lottando contro il sonno, si sostiene il capo sempre più pesante e ci guarda. 
Vi è quasi sempre un personaggio che ci fissa negli affreschi di Piero della Francesca. Questo, Il sogno di Costantino, fa parte del ciclo La Leggenda della Vera Croce, nella chiesa di San Francesco, ad Arezzo.





Piero della Francesca, La Resurrezione di Cristo, Sansepolcro, dettaglio
Mi reco a vedere quest’opera, avendo a portata di mano il libro di Jean-Paul Marcheschi: un pittore che parla di un altro pittore, della sua forza e del suo silenzio, del segreto opaco della sua pittura, della sua clausura e della sua matematica, ed è molto bello. Parla anche del sonno, dell’autoritratto del pittore addormentato nella Resurrezione, nel museo della vicina città di Sansepolcro: il pittore che osa raffigurarsi in uno dei propri dipinti vi appare di solito in modo furtivo, nascosto fra la folla, più o meno all’insaputa dei committenti. Piero, invece, si rappresenta al centro, di fronte, ai piedi del Cristo. Ma dorme, assente, lontano.

Piero della Francesca, Morte di Adamo,
 Arezzo, dettaglio 

Di ritorno ad Arezzo, come non essere sedotti da questa coppia magnifica (difficile da vedere bene in una inquadratura dal basso perché posizionata molto in alto nel ciclo) adolescenti che si guardano con una intensità amorosa quasi dolorosa, indifferenti alla Morte di Adamo che avviene vicino a loro.







Piero della Francesca,  Battaglia di Eraclio e Cosroè, 

Arezzo, dettaglio 
E questa testa di un uomo morto, in basso a sinistra, nella Battaglia di Eraclio e Cosroè, che sembra incorniciata da una gamba rossa che non potrebbe essere la sua se non a costo di una improbabile acrobazia post-mortem: sembra provenire direttamente dal periodo blu di Picasso; e sopra di lui la veduta di Gerusalemme/Arezzo è già cezanniana o cubista.
Infine, nei pressi di Monterchi, la Madonna del Parto è presentata in un edificio moderno e triste: più nulla della magia percepibile in Tarkowski (in Nostalghia), quando era ancora in situ, nel cimitero (anche se Tarkowski nel 1982 filmò una copia e non l’originale). Ingresso gratuito per le donne incinte...

Piero della Francesca, Polittico della Misericordia, Sansepolcro, dettaglio
Per finire, questo penitente incappucciato nel polittico della Madonna della Misericordia a Sansepolcro, così nero che in un primo tempo non lo si nota sotto l’ampio mantello protettore della Madonna, in mezzo agli altri donatori, anonimo (secondo alcuni, l’uomo a destra sarebbe un autoritratto).

La première nuit  - pubblicato da Lunettes Rouges il 7 marzo 2012 

lunedì 19 marzo 2012

La sua ultima notte - di Lunettes Rouges

Alessia Innocenti, Bye Baby Suite, ph. Laura Albano; 
Una sera capiti in un albergo senza pretese in una piccola città un po' fuori mano. Dopo una certa attesa ti fanno entrare nella camera 307, immersa nella penombra, a mala pena rischiarata da una luce rossastra proveniente dalla porta semi aperta del bagno. Non sei solo: percepisci la presenza di altri intorno al letto. Pochi, eppure troppi, perché sai già, prima che qualunque cosa abbia inizio, che vorresti essere solo qui, che avresti voluto questa serata solo per te, senza dividerla con altri, per gioirne egoisticamente, per essere solo al mondo insieme a lei. Lei? Per il momento indovini solo il suo corpo sul letto, avviluppato in un lenzuolo che avresti preferito di raso, con un baby doll secondo te un po' troppo pudico (e tu che credevi che per dormire  indossasse solo qualche goccia di Chanel n°5!) Fra un attimo si alzerà e parlerà, farà un po' di luce e si mostrerà. Non capirai tutto - la lingua non ti è abbastanza familiare e il discorso a volte è troppo rapido - ma poco importa: la ammirerai per un'ora, le dedicherai gli occhi e le orecchie e nella tua immaginazione lei non sarà là che per te, per te soltanto.
Alessia Innocenti, Bye Baby Suite,

ph. Sara Poggianti, Certaldo 
Ma è proprio lei? Se riesci per un istante a uscire dal tuo sogno, ti accorgi che l'attrice che la interpreta si è situata in qualche punto tra mimetismo e distanza, fra Lee Strasberg e Vittorio Gassman, tra la star che voleva essere anche donna e la donna che ne interpreta il ruolo. Il suo viso è più evocativo che somigliante, il suo corpo è forse più pieno, più compatto, meno eternamente adolescente, più nervoso e meno carezzevole, eppure così sensuale e sinuoso, pensi.
 Ma che ne sai tu, tu che neppure avevi notato il giorno della sua morte, tu che allora eri un adolescente brufoloso perso in qualche colonia al mare (mentre ricordi così bene le morti di Edith Piaf e di Jean Cocteau a poche ore una dall'altra e quella di JFK l'anno successivo)? Certo, in seguito, hai visto tanti film alla Cinémathèque dove il biglietto costava un franco e un centesimo... certo, tu sai come parla, come si muove, come seduce e oggi sei pronto a farti sedurre.
Alessia Innocenti, Bye Baby Suite,

ph. Sara Poggianti, Certaldo 
Durante quell'ora la guardi, mentre emerge dal lenzuolo gualcito dai cattivi sogni, più che dai piaceri, si stira, si alza di fronte allo specchio e lo abbraccia, corre a fare la doccia e, ritornata nella stanza, si rotola in terra, ai tuoi piedi. Sei così vicino a lei, in questa piccola camera d'albergo, che gli indumenti di cui si libera finiscono sulle tue scarpe, che i cosmetici, rabbiosamente gettati, sfiorano la tua testa, che sei costretto a reprimere il desiderio di allungare la mano per toccarla, quando ti sfiora; potresti addirittura vedere la cicatrice della sua recente operazione alla vescicola biliare.
Alessia Innocenti, Bye Baby Suite,

ph. Mara Pezzopane 
L'ascolti mentre parla d'amore e di tristezza, di sua madre e dei suoi amanti, mentre mormora e mentre grida, mentre canticchia e mentre urla, la vedi combattere contro i suoi fantasmi e la sua tragica solitudine, bere gin dalla bottiglia, inghiottire pastiglie alla deriva.
Tu sai che è geniale ed è disperata, che soffoca sotto l'immagine fatale di cui è prigioniera e che nessuno potrà fare nulla, né mariti, né amanti, né amici. E il tempo si dilata al ritmo del suo monologo e le ombre l'assediano e la sopraffanno e tu contempli il contorno del suo corpo, nudo davanti alla finestra, dietro la tenda trasparente, in contro-luce, in contro-tenebra e potresti piangere perché non la rivedrai mai, ed è la fine.
Una "maschera" ti fa uscire: non sei mai stato solo con lei, gli altri spettatori se ne vanno e le loro sedie, stranamente incongrue rimangono nella camera. Esci per ultimo e sai bene che è teatro, che è finzione, che non passerai la notte con Marilyn, che è la sua ultima notte: morirà questa sera e tu non la salverai, come non l'hanno salvata Joe o Arthur o John. Tutti i giorni ormai saranno il 5 agosto 1962, per sempre.

Alessia Innocenti, Bye Baby Suite, ph. Mara Pezzopane


After The Last Sitting (Alessia Innocenti), 

ph. Laura Albano 

Bye Baby Suite: un testo di Chiara Guarducci, interpretato 
con passione  gassmaniana da Alessia Innocenti  - 
qualche giorno fa presso l’Hôtel Latini a Certaldo in Toscana, 
su invito di un centro culturale locale molto attivo, I Macelli.
 L'opera era già stata rappresentata in alberghi di Firenze, Roma, Catania
Fra qualche settimana, Marilyn Monroe sarà la madrina del Festival de Cannes
chissà se per l'occasione un hôtel  di Cannes avrà l'intelligenza
 di programmare questa pièce durante il Festival ?

Le foto sono di Laura Albano, di Sara Poggianti (per gentile concessione de  I Macelli ) - 
le altre provengono dal sito di Bye Baby Suite


Sa dernière nuit - pubblicato da Lunettes Rouges il 14 marzo 2012

venerdì 7 ottobre 2011

Maestri dello spazio - di Lunettes Rouges


Certo, il Beato Angelico è un soave pittore di dolci Madonne e di Cristi dolenti, ma questa mostra al Musée Jacquemart André (le cui sale sono state un po’ ampliate: vi saranno meno code? fino al 16 gennaio) è stata per me soprattutto l'occasione per comprendere meglio il suo senso del luogo, della costruzione dello spazio. 
Ma innanzi tutto, la prima sala offre l’opportunità di incollare il naso alla Tebaide proveniente dagli Uffizi (dove mi sembra non ci si possa avvicinare così tanto alla tavola). 
Questo pannello di due metri di larghezza, il suo primo o secondo dipinto (nel 1420, aveva 20 anni), è fatto per essere guardato da vicino, perchè questo quadro sulla vita dei monaci nel deserto offre una serie di scenette didattiche, edificanti o divertenti (vi consiglio caldamente l'acquisto della collezione di quindici cartoline che riproducono questi dettagli). La vista d’insieme ci sorprende perchè tutto appare appiattito, le barche e le case in primo piano sono di proporzioni minuscole (si veda la barca dove diavoli neri portano via un dannato), mentre i monaci si muovono in un paesaggio roccioso ombreggiato e plastico, ma senza prospettiva (ritornerò più avanti sulla prospettiva). Lo sguardo non sa dove posarsi, se non forse sul funerale in basso, sul catafalco rosso e sul personaggio con la testa da rabbino che vi assiste. Dal catafalco, gli occhi corrono a due donne in abito rosso, le sole donne del dipinto: stanno tormentando un monaco? Sarà senza dubbio la mia immaginazione, ma mi è sembrato di vedere un serpente strisciare dietro una delle due e un maialino nelle mani dell’altra.

Nessun’altra femmina, come sul Monte Athos, al punto che questo monaco munge ... un cervo, non una cerva. I monaci vivono in comunità, non sono eremiti, neppure nel modo idioritmico caro a Roland Barthes. Se alcuni sono reclusi in grotte o nutriti grazie a ceste sollevate da corde, altri lavorano insieme, coltivano, ballano con un orso, minacciano una volpe, cavalcano animali selvaggi (cervi, pantere) o, i più anziani, si fanno trasportare su un carro trainato da due leoni. Vi è un centinaio di altri aneddoti, vediamo ad esempio un monaco in preghiera vestito della sua sola diafana capigliatura, come una Maddalena penitente. La Tebaide di Budapest, vista lì accanto, sembra una pallida copia.

venerdì 8 luglio 2011

Dio visibile o invisibile?


Nella chiesa palladiana dei Benedettini di San Giorgio Maggiore, nel punto di intersezione fra la navata e il transetto, si trova quel che potrebbe essere un battistero di pietra bianca, senza alcun ornamento. Da questo pseudo-battistero si innalza a tratti una colonna di fumo che sale verso la cupola, costringendoci ad alzare gli occhi al cielo. Potrtebbe essere una discesa sulla terra della luce divina, come nel libro di catechismo della mia infanzia, materializzando la presenza di un Dio che non si manifesta. Potrebbe essere un'Ascensione, sia cristiana (Cristo, la Vergine), sia musulmana (il Profeta), ebrea (Elia) o buddista.
I getti di vapore si levano incerti, in volute, in mulinelli, spinti, aspirati, più o meno densi, talora evanescenti, talora nascondendo lo spazio circostante. Mi è piaciuta questa incertezza, questi tentativi spesso vani di innalzarsi: vi ho visto un dubbio, un'incertezza sulla presenza della grazia che a volte si offre e a volte si ritrae, ma che non è mai assicurata. E sono rimasto assai deluso quando mi hanno confidato che si sono verificati alcuni problemi tecnici di temperatura, igrometria, correnti d'aria. Era per questi inconvenienti che la colonna vacillava, si dissolveva, riusciva a riformarsi solo dopo molto tempo. Preferisco di gran lunga la mia "spiegazione" mistica.
E' un'opera sul soffio, sull'immateriale: Ascensione di Anish Kapoor. E' già stata esposta a San Gimignano, in Brasile e in Cina, ma è la prima volta che la si vede in un luogo sacro (ed è la prima volta che la Basilica ospita un'opera d'arte contemporanea). Si tratta di una creazione molto più raffinata, più spirituale, più ricolma di energia della mostra al Grand Palais. Qui la tecnica diviene trasparente, non più materiale, fa apparire una forma partendo dal nulla. Mi sarebbe piaciuto vedere fumi d'incenso durante una Messa solenne e le teste chine nel momento dell'Elevazione, mentre la colonna si alza.
Per Kapoor è anche un richiamo alla colonna di nubi attraverso la quale Dio si manifesta a Mosè e agli Ebrei nel deserto (Esodo, 33): di madre ebrea irachena, interessato alla Cabala, Kapoor si rifà qui alla tradizione ebraica e musulmana della non- rappresentazione di Dio, mentre il Nuovo Testamento, grazie all'Incarnazione, autorizza la rappresentazione del divino. Forse quest'opera è un ponte tra religioni che rifiutano la raffigurazione antropomorfica di Dio (animismo, ebraismo, islam) e altre in cui Dio ha figura umana (mitologia greca e romana, cristianesimo). Si potrebbe senz'altro approfondire l'antinomia tra queste due culture, queste due concezioni del sacro: quella del visibile, del razionale, del manifestabile e quella dell'invisibile, del nascosto.

pubblicato da Amateur d'art par Lunettes rouges - 10 giugno 2011

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