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lunedì 6 luglio 2020

Il cielo sopra Dornach


"Ma le notti di Luglio, in quale voragine si inabissa la terra!
La Vergine, Arturo, Vega ed Altari punteggiano lo stellato, mentre Capra ed Antares ne tracciano il meridiano.
Gli ultimi astrologhi, con gli occhiali sul naso e l’astrolabio in mano, vorrebbero fermarle, ma l’universo avanza e ne sorgono dappertutto: da dietro i pagliai, oltre le montagne, sopra gli altari. Agli occhiali, i cannocchiali, il sestante, l’ottante, i prismi, i telescopi; ma invano: il gettito d’oro continua: fulgidissime, azzurre, pullulano sulle case, sui transatlantici, sulle carovane dei deserti. Alcune isolate rosse e tremanti quali lumi nelle stalle; altre a gruppi, quasi nidi, pulviscoli, cittadine del firmamento. Più le ricerche accaniscono e l’insondabile è esplorato, più l’abisso sprofonda. E quelle infittiscono. Ai pianeti i satelliti, alle fisse gli erranti, gli asterismi, le coppie; la pulcherrima d’Arturo, l’oro e zaffiro d’Albireo, la smeraldina d’Ercole: turchesi, rubini, lapislazzuli erompono dal tesoro del cielo; gemme, diademi, splendori di scrigni in un fiume di perle. Alle comete gli asteroidi, alle costellazioni le nebulose. Si specchiano sui mari, nei laghi, negli occhi dei cervi, nei gioielli delle dame.
Inutilmente gli ultimi poeti rimasti rivanno il senso perduto: la rigidità dell’indagine s’impone e il pessimismo invade anche i pastori erranti dell’Asia. L’astrologia si fa astronomia e i nomi propri non bastano; tocca ricorrere ai comuni: cocchiere, squadra, freccia, triangolo; alle bestie: lupo, giraffa, mosca, camaleonte; e infine ai minerali, agli zeri, decametri di zeri. E i miti ammutoliscono.
Pegaso, Cassiopea, Ercole, Andromedea cantavano di visioni, di sogni sublimi. Ora non più: gli eroi cedono il posto ai sapienti, i sapienti ai pedanti; l’Olimpo diviene un distretto, la plaga una mappa. Ciò che si ispirava alla Vergine, al Presepe, ai Gemelli, alla Greppia, si informa al compasso, al Fornello, Reticolo, Cavalletto, Macchina pneumatica.
A una religiosa rivelazione, la più fredda inchiesta: le impronte, le tracce spettrografiche; all’Epifania la polizia scientifica. Lo spirito non c’è più, c’è soltanto materia. E la Terra sprofonda.
Fisici matematici filosofi, tutti ugualmente ossessionati da quel vuoto che prima era fuori e ora è dentro di loro, non contemplano più il firmamento, ma solo i propri numeri nei loro propri quaderni. Lo stesso Einstein che con la sua arida formula pretende di escogitare la vita universa da un’astrazione, non sospetta neppure che quella sua equazione, buona per un galvanometro, non illuminerà mai né l’Iliade, né il sorriso di un fanciullo.
E mentre con la stessa fantascienza dei giornalini a fumetti, le più micidiali potenze provvedono a imbottigliare gli uomini per spararli fuori dall’orbita, le divine costellazioni che un tempo aprivano ai profeti i loro arcani celesti, rischiano di diventare sigle per pubblicità luminose; e le stelle filanti si gettano a capofitto nel buio con la noncuranza di cicche qualsiasi.
Ed ecco spettrale la tenebra prendere forma – la Testa del Cavallo, il Sacco del Carbone – ombre, larve di universi falliti e spenti; vane, senz’orbita, avanzare a tenaglia. Ma un uomo è insorto per tutti, e il cielo si spalanca sul colle di Dornach.
Il Cigno allo Zenit porta al sommo Vega: guizzano i Pesci, Pegaso. Perseo cala dal nord. L’Aquila, sorvolato il meridiano, ne scaccia il serpente. Ecco l’Ariete, ecco il Toro. Lo Scorpione è fuggito.
E Orione che avanza con i Gemelli, reso perlaceo dall’alba, ode osannare le altezze."
Fabio Tombari: I mesi - Luglioleggi il testo completo

martedì 16 agosto 2016

Agosto - di Fabio Tombari

Ed ecco l’Aurora spalancare da Oriente le porte e lanciar nell’azzurro i cavalli di fuoco, seguita in fretta dalle Ore. Il Sole che s’affaccia sossopra, simile a un guardiacaccia che ha sentito gli spari, fa scappare le ombre come bracconieri: dietro gli alberi, nelle case, nei fossi, nei pozzi.
Vede tutto il gran Sole, ma lascia fare. Rosso di vampe, maestoso, sale al proprio apogeo irradiando la terra e oscurando gli astri; fa risplendere i mari, puzzare i mercati del pesce; dà una mezza cotta alle uova di coccodrillo, un’arrostita ai bagnanti, al granturco, incendia le stoppie. Ed è pur bello questo mese con le sue angurie tricolori, i poponi, le pesche burrone, le zucche che s’arrampicano, e i favi colmi di miele che cola fin nelle rocce.
Mese augusto, solenne: la vita si dilata fino alle stelle e mette a parte il creato del nostro sentire delle nostre esperienze dei nostri ricordi.
In verità non sono le ombre, ma è il fuoco a nascondersi: nei semi, nel sangue, nei tronchi, nelle forze degli uragani. Non per niente dopo le lacrime di San Lorenzo, v’è ancora chi cerca pei campi i carboni risanatori di quella pioggia rovente.
Tutte le energie che via via verranno sprigionate, dalla fecondità della terra all’elettricità delle turbine, dal calore della lana alle fiamme del petrolio dei rovi, all’impeto dell’artista e al furor delle belve, non sono che la rivelazione di quanto vi è stato stregato con l’incantesimo dell’estate.
È il fuoco che si fa odore colore sapore, nelle cipolle nell’aglio nei peperoni, fino a brillare dall’acino d’uva e nel succo dei melagrani. È il fuoco che arrossa le guance alle pesche alle sorbe alle donne ai bambini. Nascosto nella selce, sprigionato a scintille dall’unghia ferrata del cavallo, è lo stesso fuoco delle meteore, degli Orionidi; il fuoco dell’Etna, dei rubini, della febbre, delle fosforescenze marine.
Fabio Tombari: I mesi - Agostoleggi il testo completo

venerdì 31 ottobre 2014

"ROCK AROUND THE CLICK" a Parigi


ROCK AROUND THE CLICK 
di CRIS THELLUNG 

Parigi, dal 27 Novembre 2014 al 7 Febbraio 2015 
Inaugurazione: giovedì 27 Novembre alle ore 18.30


Cris Thellung e Parigi. Un imprescindibile legame artistico. Ai registi della Nouvelle Vague, l’artista ha dedicato la serie fotografica Rue du Tournage. Ora, prosegue la permanenza nella Ville Lumière con la mostra itinerante Rock Around The Click .
Fotografo appassionato, viaggiatore instancabile, musicologo irriducibile, Cris Thellung trasferisce (sempre e comunque sul filo del paradosso) gli idoli del rock e le copertine dei loro dischi dentro imprevedibili scenari, paesaggi, scorci urbani. Talvolta li mette a confronto con opere d’arte, trasformando ogni scatto fotografico in una spiazzante, ironica messinscena. Nella serie Rock Around The Clic, la copertina di “Let It Bleed” dei Rolling Stones incontra il coniglio suonatore scolpito da Barry Flanagan e fotografato da Thellung alla Royal Academy of Arts di Londra. Una sinfonia di colori, inoltre, cita sullo sfondo la pittura futurista di Nicolay Diulgheroff. Sempre a Londra, davanti al cartello stradale che segnala Abbey Road (celebre in tutto il mondo per essere stata immortalata sulla copertina dell’omonimo album dei Beatles), al posto di John Lennon, Ringo Starr, Paul McCartney e George Harrison ci sono 4 suricati realizzati dal Cracking Art Group italiano. 
Ad Hyde Park, invece, una sedia a sdraio ricorda poeticamente “Imagine” di John Lennon. L’ha creata Yoko Ono, nello stile neo dadaista del gruppo Fluxus. In Camden High Street, un telone oscura un palazzo inondato di graffiti e “tags”. Sopra, c’è un’immagine gigante dei Clash in concerto: memoria incancellabile del punk, che travolse il quartiere con un magma incandescente di suoni anarchici. Fotografando infine un dettaglio della Battersea Power Station (su un cielo cromatico che ricorda la psichedelia e la pittura visionaria di Vincent Van Gogh), Cris Thellung ha voluto rendere omaggio all’album “Animals” dei Pink Floyd. Geniale, poi, il tributo ai Led Zeppelin: in una cabina telefonica londinese, l’ombra del dirigibile che identifica la band si proietta sulle acque del Lac Vert, nella Haute-Savoie. 
L’immagine degli U2, invece, viene catapultata a Fez, città santa del Marocco dove la band irlandese registrò “No Line On The Horizon”. Molteplici, in questo caso, le citazioni: da una panoramica delle mura della Medina, alla cover del disco, fino a “Boy”, “The Unforgettable Fire” e “Zooropa”. La famosa copertina di “Loaded” dei Velvet Underground (opera del grafico Stanislaw Zagorski) che mostra un’entrata della metropolitana da cui escono mefitiche esalazioni, ha come via di fuga la parete di “azulejos” portoghesi di un ristorante nel porto di Rotterdam, dove molti anni fa c’era una casa di tolleranza. Fra le decorazioni, spiccano il volto di Marilyn Monroe e la “skyline” di New York: a significare l’emigrazione oltreoceano, per costruirsi una nuova vita. Lungo la Senna di Parigi, sospinte da un soffio di vento, le camaleontiche trasformazioni di Madonna danno un tocco di teatralità a un bouquiniste mentre dal rock prende a delinearsi, sdoppiandosi, il ritratto di Jim Morrison dei Doors: tatuato sui muri di quella Place des Vosges dove per pochi mesi, nel 1971, amò trascorrere il suo tempo. Scrivendo poesie.

 Stefano Bianchi


venerdì 17 maggio 2013

Il sogno e la letteratura

Joseph Addison osservava che l'anima umana, quando si sbarazza del corpo e sogna, è al tempo stesso teatro, attori e pubblico. Potremmo aggiungere che è anche autore della favola che sta vedendo.
Un'interpretazione letterale della metafora di Addison potrebbe indurci a sostenere la tesi, pericolosamente affascinante, che i sogni costituiscono il più antico e certo non il meno complesso genere letterario del mondo.
Il sesto libro dell'Eneide sostiene che sono due le porte divine attraverso le quali ci giungono i sogni: una d'avorio, che è quella dei sogni fallaci, e una di corno che è quella dei sogni profetici. Si direbbe che i poeti abbiano oscuramente intuito come i sogni che prevedono il futuro siano meno preziosi dei sogni fallaci, invenzione spontanea dell'uomo che dorme.
Coleridge scrisse che le immagini della veglia ispirano sentimenti, mentre nel sogno i sentimenti ispirano le immagini. (Quale misterioso e complesso sentimento gli avrà dettato il Kubla Khan, che fu appunto dono d'un sogno?) Se una tigre entrasse ora in questa stanza, noi proveremmo paura; ma se sentiamo paura nel sogno, creiamo una tigre. Sarebbe questa la ragione visionaria del nostro timore. Ho detto una tigre, ma siccome la paura precede l'apparizione improvvisa, per capirla possiamo proiettare l'orrore su una figura qualsiasi, che nella veglia non è necessariamente spaventosa.
Un busto di marmo, una cantina, l'altra faccia di una moneta, uno specchio. Non esiste forma nell'universo che non possa contaminarsi di orrore. Di qui, forse, il sapore particolare dell'incubo, che è assai diverso dallo spavento o dagli spaventi che ci può infliggere la realtà.
L'arte della notte è andata penetrando l'arte del giorno.
Jorge Luis Borges

martedì 26 febbraio 2013

Omaggio a Duchamp - di Roberto Bolaño


...da un sacchetto di plastica del supermercato in cui faceva la spesa ogni settimana con sua figlia estrasse tre mollette per i panni, che lui si ostinava a chiamare perritos, alla cilena, e con quelle attaccò il libro a un filo e poi rientrò in casa sentendosi molto più sollevato.

L'idea, naturalmente, era di Duchamp.

Del suo soggiorno a Buenos Aires esiste soltanto o si conserva soltanto un ready made. Eppure tutta la sua vita fu un ready made, che è un modo di placare il destino e allo stesso tempo di lanciare segnali d'allarme. Calvin Tomkins scrive al riguardo; «In occasione delle nozze della sorella Suzanne con il suo amico intimo Jean Crotti, che si celebrarono a Parigi il 14 aprile 1919, Duchamp inviò per posta un regalo alla coppia. Si trattava di istruzioni per appendere un trattato di geometria alla finestra del loro appartamento fissandolo con una corda, in modo che il vento potesse  “sfogliare il libro, scegliere i problemi, voltare le pagine e strapparle”». Evidentemente Duchamp non si limitò a giocare a scacchi a Buenos Aires. Prosegue Tomkins: «Può darsi che la mancanza di allegria di questo Ready made malheureux, come lo chiamò Duchamp, fosse un regalo davvero sconcertante per due novelli sposi, ma Suzanne e Jean seguirono le istruzioni di Duchamp con grande buonumore. Anzi, arrivarono a fotografare quel libro aperto sospeso in aria - unica testimonianza rimasta dell'opera, che non riuscì a sopravvivere a una simile esposizione agli elementi - e in seguito Suzanne dipinse un quadro intitolato Le ready made malheureux de Marcel. Come avrebbe spiegato Duchamp a Cabanne: “Mi piaceva introdurre l'idea della felicità e dell'infelicità nei ready made, e poi c'erano la pioggia, il vento, le pagine che volavano, era divertente”». Mi correggo, in realtà quello che fece Duchamp a Buenos Aires fu giocare a scacchi. Yvonne, che era con lui, finì per stufarsi di tanto gioco-scienza e se ne andò in Francia. Prosegue Tomkins: «Negli ultimi anni, Duchamp confessò a un intervistatore di essersi divertito a screditare “la serietà di un libro carico di principi” come quello e addirittura insinuò davanti a un altro giornalista che, esponendolo alle inclemenze del tempo, “il trattato avesse finalmente capito quattro cose della vita”».

Da 2666 – di Roberto Bolaño

foto dell'opera originale 

 Suzanne Duchamp: Le ready made
 malheureux de Marcel

sabato 14 aprile 2012

Il "metodo" Dickens - di Stefan Zweig

 Fred Barnard (1846-1896): Mr. Pickwick Picnics (1870)
Dickens non ha contorni vaghi, non lascia margine alle possibilità interpretative della visione, ma obbliga alla precisione. La sua potenza descrittiva non lascia campo libero alla fantasia del lettore, che egli costringe violentemente (per questo è divenuto il poeta ideale di una nazione priva di fantasia). Ponete venti disegnatori davanti ai suoi libri e chiedete loro i ritratti di Copperfield e Pickwick: i disegni saranno simili l'uno all'altro, rappresenteranno con somiglianza inspiegabile il grasso signore dal panciotto bianco e dagli occhi gentili dietro gli occhiali o il bel bambino biondo, pauroso, nella diligenza che va a Yarmouth. Dickens narra con tale precisione, con tale minuziosità, da costringerci a seguire il suo sguardo ipnotizzante. Non ha lo sguardo magico di Balzac i cui personaggi si formano caoticamente staccandosi dalla nube di fuoco delle loro passioni, ma uno sguardo tutto terreno, uno sguardo da marinaio, da cacciatore, uno sguardo di falco per le piccole cose umane. Ma sono le piccole cose, disse egli una volta, che formano il senso della vita. Il suo sguardo cerca i piccoli segni, vede la macchia sull'abito, i timidi gesti confusi dell'imbarazzo, afferra la ciocca di capelli rossi che spunta sotto una parrucca scura quando il suo proprietario va in collera. Avverte le più lievi sfumature, nota il movimento di ogni singolo dito in una stretta di mano, le gradazioni di un sorriso. 
Prima di essere scrittore egli era stato per anni stenografo al parlamento e s'era esercitato a rendere dei particolari in brevi note, a esprimere con un tratto di penna una parola, con un piccolo ghirigoro una frase. E così più tardi  adoperò nell'arte una specie di scrittura abbreviata della realtà, ponendo il segno minuto al posto della descrizione, ricavando profonde osservazioni dalle varie vicende. Per queste piccole esteriorità aveva una acutezza di sguardo impressionante, non v'era cosa che il suo occhio non percepisse; coglieva, come una buona lente di un apparecchio fotografico, in una centesima parte di minuto secondo, una mossa, un gesto. Nulla gli sfuggiva. E questa acutezza dell'occhio veniva ancora aumentata da una strana rifrazione dello sguardo che non rendeva l'oggetto, come uno specchio, nelle sue proporzioni naturali, ma, simile a uno specchio concavo, ne esagerava le caratteristiche. 
Dickens sottolinea sempre le caratteristiche dei suoi personaggi, le sposta dalla vista obiettiva verso l'esagerazione, verso la caricatura; le rende più intense, le innalza a simboli. Il panciuto Pickwick è anche psichicamente un po' pesante, il magro Jingle è arido, e così il cattivo è addirittura Satana, il buono la perfezione in persona. Dickens esagera come ogni grande artista, ma esagerando non cerca il grandioso, bensì l'umoristico. Tutto l'effetto della sua narrazione indicibilmente divertente non scaturisce tanto dal suo buonumore, non tanto dalla sua allegria, quanto da quella strana posizione dell'occhio che rispecchiava con la sua superacutezza ogni fenomeno della vita in un modo bizzarro, in una luce di caricatura.
Stefan Zweig Drei Meister. Balzac, Dickens, Dostojewski

mercoledì 21 marzo 2012

La prima notte - di Lunettes Rouges


Piero della Francesca, Il sogno di Costantino, Arezzo
Si tratta, forse, della prima volta che un pittore occidentale rappresenta una scena notturna: un cielo cupo, un po’ nuvoloso, tagliato dai coni appuntiti delle tende da campo. Una sola sorgente di luce, ma divina: la croce, appena visibile, tenuta dall'angelo. La luce gioca con i festoni di tela della tenda, modella la trave che la sostiene e soprattutto accarezza le armature delle due guardie che dall'ombra emergono in primo piano; ed è questo gioco tra ombra e luce, in particolare sul soldato di sinistra, sul suo casco, sulla sua spalla, mai così rappresentato in precedenza. L’imperatore dorme e sogna; domani vincerà. Il suo servitore (il suo scriba, mi piace immaginare), lottando contro il sonno, si sostiene il capo sempre più pesante e ci guarda. 
Vi è quasi sempre un personaggio che ci fissa negli affreschi di Piero della Francesca. Questo, Il sogno di Costantino, fa parte del ciclo La Leggenda della Vera Croce, nella chiesa di San Francesco, ad Arezzo.





Piero della Francesca, La Resurrezione di Cristo, Sansepolcro, dettaglio
Mi reco a vedere quest’opera, avendo a portata di mano il libro di Jean-Paul Marcheschi: un pittore che parla di un altro pittore, della sua forza e del suo silenzio, del segreto opaco della sua pittura, della sua clausura e della sua matematica, ed è molto bello. Parla anche del sonno, dell’autoritratto del pittore addormentato nella Resurrezione, nel museo della vicina città di Sansepolcro: il pittore che osa raffigurarsi in uno dei propri dipinti vi appare di solito in modo furtivo, nascosto fra la folla, più o meno all’insaputa dei committenti. Piero, invece, si rappresenta al centro, di fronte, ai piedi del Cristo. Ma dorme, assente, lontano.

Piero della Francesca, Morte di Adamo,
 Arezzo, dettaglio 

Di ritorno ad Arezzo, come non essere sedotti da questa coppia magnifica (difficile da vedere bene in una inquadratura dal basso perché posizionata molto in alto nel ciclo) adolescenti che si guardano con una intensità amorosa quasi dolorosa, indifferenti alla Morte di Adamo che avviene vicino a loro.







Piero della Francesca,  Battaglia di Eraclio e Cosroè, 

Arezzo, dettaglio 
E questa testa di un uomo morto, in basso a sinistra, nella Battaglia di Eraclio e Cosroè, che sembra incorniciata da una gamba rossa che non potrebbe essere la sua se non a costo di una improbabile acrobazia post-mortem: sembra provenire direttamente dal periodo blu di Picasso; e sopra di lui la veduta di Gerusalemme/Arezzo è già cezanniana o cubista.
Infine, nei pressi di Monterchi, la Madonna del Parto è presentata in un edificio moderno e triste: più nulla della magia percepibile in Tarkowski (in Nostalghia), quando era ancora in situ, nel cimitero (anche se Tarkowski nel 1982 filmò una copia e non l’originale). Ingresso gratuito per le donne incinte...

Piero della Francesca, Polittico della Misericordia, Sansepolcro, dettaglio
Per finire, questo penitente incappucciato nel polittico della Madonna della Misericordia a Sansepolcro, così nero che in un primo tempo non lo si nota sotto l’ampio mantello protettore della Madonna, in mezzo agli altri donatori, anonimo (secondo alcuni, l’uomo a destra sarebbe un autoritratto).

La première nuit  - pubblicato da Lunettes Rouges il 7 marzo 2012 

venerdì 7 ottobre 2011

Maestri dello spazio - di Lunettes Rouges


Certo, il Beato Angelico è un soave pittore di dolci Madonne e di Cristi dolenti, ma questa mostra al Musée Jacquemart André (le cui sale sono state un po’ ampliate: vi saranno meno code? fino al 16 gennaio) è stata per me soprattutto l'occasione per comprendere meglio il suo senso del luogo, della costruzione dello spazio. 
Ma innanzi tutto, la prima sala offre l’opportunità di incollare il naso alla Tebaide proveniente dagli Uffizi (dove mi sembra non ci si possa avvicinare così tanto alla tavola). 
Questo pannello di due metri di larghezza, il suo primo o secondo dipinto (nel 1420, aveva 20 anni), è fatto per essere guardato da vicino, perchè questo quadro sulla vita dei monaci nel deserto offre una serie di scenette didattiche, edificanti o divertenti (vi consiglio caldamente l'acquisto della collezione di quindici cartoline che riproducono questi dettagli). La vista d’insieme ci sorprende perchè tutto appare appiattito, le barche e le case in primo piano sono di proporzioni minuscole (si veda la barca dove diavoli neri portano via un dannato), mentre i monaci si muovono in un paesaggio roccioso ombreggiato e plastico, ma senza prospettiva (ritornerò più avanti sulla prospettiva). Lo sguardo non sa dove posarsi, se non forse sul funerale in basso, sul catafalco rosso e sul personaggio con la testa da rabbino che vi assiste. Dal catafalco, gli occhi corrono a due donne in abito rosso, le sole donne del dipinto: stanno tormentando un monaco? Sarà senza dubbio la mia immaginazione, ma mi è sembrato di vedere un serpente strisciare dietro una delle due e un maialino nelle mani dell’altra.

Nessun’altra femmina, come sul Monte Athos, al punto che questo monaco munge ... un cervo, non una cerva. I monaci vivono in comunità, non sono eremiti, neppure nel modo idioritmico caro a Roland Barthes. Se alcuni sono reclusi in grotte o nutriti grazie a ceste sollevate da corde, altri lavorano insieme, coltivano, ballano con un orso, minacciano una volpe, cavalcano animali selvaggi (cervi, pantere) o, i più anziani, si fanno trasportare su un carro trainato da due leoni. Vi è un centinaio di altri aneddoti, vediamo ad esempio un monaco in preghiera vestito della sua sola diafana capigliatura, come una Maddalena penitente. La Tebaide di Budapest, vista lì accanto, sembra una pallida copia.

lunedì 8 ottobre 2007

Ottobre - di Fabio Tombari


Sono le sere in cui ci si rammarica dell'assenza di croci fra le corna dei cervi, della scomparsa del Graal, dei draghi da uccidere, le sere in cui si vorrebbe almeno che tutte le case fossero aperte ai poveri, ai solitari senza tetto né famiglia.
E la vendemmia continua.
Botti, bigonce, botticine, barilotti, benacce, torchi, navazze, canestre, mastelli, invadono le corti già piene di carri, di buoi, di ceste, di canti, latrati: quando anche le donne di casa sanno di salvia e rosmarino.
È questa la più gaia, la più rumorosa e odorosa sagra dell'annata. Come nell'antico pannello della chiesa di Aarschot. Immaginate una gran vigna bionda e mora dove i vendemmiatori s'affaccendano a recidere i grappoli, ad empirne i panieri da trasportare sul dorso fino al gran tino: e un villano vi danza a gambe nude.
Nel centro un torchio di pietra sotto cui è spremuto il Figlio dell’Uomo che sprizza sangue, e il sangue cola nella botte donde due sacerdoti dai grandi calici d'oro attingono il prezioso liquore. Scende intanto dal colle un biroccio con una gran bigoncia. Il leone alato e il toro tirano il carro sul quale un angelo fa schioccare la frusta e accanto all'angelo sta l'aquila. E' il sangue della Terra, che versato e tappato in barili da vescovi da cardinali e da papi, viene rotolato in cantina sotto le cupe volte della chiesa.
E il Sole cambia casa. Con le sue 43 eclissi solari e le 26 lunari, ogni secolo si sposta per far posto alla storia.
Bisogna far presto: ultimar la vendemmia, seminare, preparare gli scassi, i fossati. Averle usignoli codirossi stiaccini upupe quaglie fuggono tutti. Il Guardiano del Nord ha accumulato i tempi per scaraventarli in tempesta. È il tempo del coraggio. Il Sire entra in Scorpione.
In alto fra le nuvole transitano i gabbiani neri, l’orca minore; più in alto ancora l’aquila anatraia.
E cala la notte di Samain, la notte dei Celti.
Fabio Tombari: I mesi - Ottobre

sabato 15 settembre 2007

Il medioevo di Raymond Queneau



"Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d'Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Sulle rive del vicino rivo erano accampati un Unno o due; poco distante un Gallo, forse Edueno, immergeva audacemente i piedi nella fresca corrente. Si disegnavano all'orizzonte le sagome sfatte di qualche diritto Romano, gran Saraceno, vecchio Franco, ignoto Vandalo. I Normanni bevevano Calvadòs."
Raymond Queneau: I fiori blu

venerdì 27 luglio 2007

La Grande Illusione


"Una schiera infinita di uomini laceri e piegati dalle fatiche, pensavano gli studenti, aveva attraversato il buio dei secoli soffrendo, sperando e aspettando di veder sorgere l'alba di una nuova epoca; e un'altra schiera, altrettanto infinita, di donne discinte e in lacrime, con i figli ignudi attaccati alle gonne, aveva atteso la luce di un riscatto che non era ancora arrivato... Nelle campagne, nelle fabbriche, nei borghi dove si respiravano le polveri delle miniere; nelle città rumorose e operose, nei porti ingombri di merci, nelle stazioni ferroviarie, sulle navi; nei cantieri delle strade e degli edifici che avevano dato un volto nuovo alle nostre città: dovunque il lavoro umano aveva trasformato il mondo, milioni di uomini e di donne, tutti insieme, avevano sognato il Grande Sogno. Lo avevano fatto vivere nelle loro vite senza luce, nei loro desideri senza illusioni, nelle loro lacrime e nel loro sangue; e quel Sogno informe, ma immenso e bellissimo, aveva atrraversato tutte le epoche della storia finché aveva preso corpo in alcune persone. Si era rivelato al mondo con il volto di Stalin e con quello di... Togliatti!"

Sebastiano Vassalli: L'Italiano

mercoledì 18 luglio 2007

Visita guidata

strada

"...là dove si perde
la strada boschiva, che pare
un gran corridoio nel verde."




granaio





Il granaio all'entrata del giardino





tavolo






"Attorno ai tronchi ombrosi,
fra giochi di sole..."






primulanarcisoazzurro
"
...corolle

tenere, appena schiuse, come cieli
brevi sul prato..."



scalinatella

La scaletta di pietra che sale all'orto


ingresso






Ingresso



affreschi





"L'albero...
muto guarda, senza battere foglia"

finestra8








"...laggiù, oltre i colli dilettosi,
c'è il mondo..."




Le foto sono di Alice
Hanno poeticamente accompagnato la visita: Guido Gozzano, Arturo Onofri, Diego Valeri, Vincenzo Cardarelli.

giovedì 12 luglio 2007

Leggere poesia


"Romanzi e film, nella loro inquieta modernità, ti sospingono avanti o indietro nel tempo, attraverso giorni, anni, generazioni addirittura. Mentre per condurre le proprie analisi e i propri giudizi, la poesia si tiene in equilibrio sulla punta di spillo dell'attimo presente. Decelerare, fermarsi anzi del tutto per leggere e capire una poesia assomiglia al tentativo di recuperare una tecnica antica, come la costruzione dei muri a secco o la pesca alla trota con le mani."


Ian McEwan: Sabato

mercoledì 4 luglio 2007

Il corvo - di Gotthold Lessing

La volpe si avvide che il corvo spogliava gli altari degli dèi delle loro offerte sacrificali e ne viveva. Allora quella pensò fra sé e sé: "Mi piacerebbe proprio sapere se al corvo spetta una parte delle offerte perché è un uccello profetico, oppure se lo si ritiene un uccello profetico perché è tanto sfrontato da spartire le offerte con gli dèi".

Gotthold Ephraim Lessing: Fabeln. Drei Bucher

mercoledì 6 giugno 2007

I mesi di Fabio Tombari - Giugno

"A detta degli astrologhi, Giugno è sottoposto all’influenza di Mercurio, pianeta convertibile, le cui qualità sono di essiccare e di inumidire, secondo che sia o no congiunto con la Luna; di dominare le noci e le mandorle se congiunto con Marte, e con Venere il miele e i bachi da seta.
Il Sole che entra in Granchio segna col solstizio d’estate un periodo di triplicità ignea, idoneo alle cose della natura e al loro nutrimento. Quando la Luna è in quel segno conviene arare la terra arida, imprendere viaggi per mare. Di questo mese i tempi improvvisi e grandi, tempestosi di tuoni e di folgori, provocati dalla stella Arturo.
L’oroscopo predice i più facili guadagni, matrimoni felici, rivalità sportive, morti da fulmini, vincite al lotto.
Consigliabile per i formidabili appetiti del mese e per i pranzi delle mietiture, una cucina leggera, vegetariana, a base di erbe, pistacchi, semi di melone, pignoli, con contorno di abbacchio, oche ripiene e maialetti al forno."
Fabio Tombari: I mesi - Giugnoleggi il testo completo

mercoledì 18 aprile 2007

Un sogno di Gerard de Nerval

Quella notte feci un sogno che confermò i miei pensieri. – Vagavo in un vasto edificio, composto da numerose sale: alcune erano consacrate allo studio, altre alla conversazione o alle discussioni filosofiche.
...........................................................................
Più volte mi smarrii nei lunghi corridoi e, attraversando una delle gallerie centrali, fui colpito da una scena straordinaria. Un essere di grandezza smisurata – uomo o donna, non saprei dire – volteggiava nello spazio sovrastante, esausto, come dibattendosi in mezzo a fitte nuvole. Perso ogni slancio e ogni forza, cadde infine al centro della corte buia e nella caduta le sue ali s’impigliarono, urtando tettoie e balaustre.
Per un istante mi fu possibile contemplarlo. Aveva un colore vermiglio e le ali brillavano di mille riflessi cangianti. La lunga veste dalle pieghe antiche lo rendeva simile all’Angelo della Melancolia di Albrecht Dürer.
Non riuscii a trattenere un grido di terrore che mi svegliò di soprassalto.

Gerard de Nerval
Aurélia

martedì 27 marzo 2007

Mooreeffoc

...e c'è il Mooreeffoc, ovvero la Fantasia Chestertoniana. Mooreeffoc è una parola immaginaria, ma la si può trovare scritta per esteso in ogni città di questo paese. E' l'insegna di un Coffee-room, un caffè, vista dall'interno attraverso una porta a vetri, come fu vista da Dickens in una scura giornata londinese; e venne utilizzata da Chesterton per indicare la bizzarria delle cose divenute ovvie, quando sono osservate improvvisamente da una nuova prospettiva.
John R.R. Tolkien

Collaboratori