martedì 1 aprile 2014

Eremo


Il burrone boschivo discendeva in declivio verso la gialla Okà; sul suo fondo scorreva, nascondendosi fra l'erbe, un ruscello; sopra al burrone fluiva il fiume azzurro dei cieli, con un movimento di giorno impercettibile e di notte tremulo di stelle che vi brillavano come pesci d'oro.
Sul pendio a sud-est del burrone cresceva una macchia di arbusti intricata e folta e dove era più densa, sotto una sporgenza a picco, si incavava una spelonca chiusa da una porta fatta con grossi rami abilmente intrecciati. Davanti alla porta si stendeva uno spazio di terreno di circa due metri di lato, rinsaldato e coperto da ciottoli; di là, come una scala, alcune grosse pietre scendevano al ruscello.

Maksim Gor'kij L'eremita

mercoledì 5 marzo 2014

Marzo - di Fabio Tombari


 Presso gli antichi era il primo, e primo difatti lo è ancora, come il mese in cui la natura rinasce. Se il mondo ha avuto una origine questa non può essere avvenuta che in marzo, durante l’equinozio di primavera.

È il tempo in cui maggiormente si schiudono le uova degli uccelli e dei pesci, sì che la massaia non fa in tempo a porre le uova sotto la chioccia.
Già la mattina al mercato appaiono i primi ravanelli, i primi carciofi, le prime insalatine di campo. E la pescheria riluce di tutti i tesori. Collegati col calcolo delle maree, coi fulgori del cosmo, hanno un bel sigillarsi i crostacei e le ostriche con cerniere e chiavacci. Tutti sono costretti ad aprirsi a donare ad accogliere, anche i più stretti e segreti, anche i più tristi e i più avari. Pervasi da oscura notte, oltre le zone della tristezza, anche i mostri abissali sono costretti a salire. E la foca che uscita dal fondo annusa d’intorno il tanfo oleoso dei consimili, sente nel mare che si abbatte il proprio peso, e s’abbandona alla Luna.
Intitolato a Marte, secondo gli astrologhi, sottoposto alle influenze del pianeta caldo, patrono delle querce, dei noci, del frassino; governatore di tutte le cose salate, dalle acciughe alle lacrime, dalle patatine fritte agli oceani, è il mese dei venti.
Sono come gli eroi di Omero i venti di Marzo, come gli eroi greci.
Violenti e scontrosi fra loro, ricchi di parenti, muovono alla pugna uno per volta dominando il campo nemico. Ecco Agamennone, sire di genti, il vento del Nord, fratello di Aquilone e di Bora, cugino del Maestrale. Muove dal Polo, freddissimo, nemico dei fiori, delle piogge, di ogni corruzione pestifera. Rischiara l’aria, uccide le api, gela i laghi, le montagne. Sorvola la Scandinavia, scende dal Baltico sulla Germania, sfiora le viti e i boschi del Reno, sormonta la Baviera, scavalca le Alpi. È allora che conviene salare le carni, sì che i norcini consigliano addirittura di esporle a settentrione.

lunedì 10 febbraio 2014

Febbraio - di Fabio Tombari

Quando nevica nella foresta di Shakespeare, mentre scola dai prosciutti il sale di Rabelais. Allora che Dante s’incendia.
E fra il rovaio di fuori, la cucina pesante ed il fuoco, Febbraio ci trasporta nel mondo dei tragici.
Più nessuna mediocrità, nessuna frivolezza. Non è permesso fare dello spirito di fronte a una quercia nuda e stecchita come una vecchia del Dürer o al cospetto del proprio maiale  che va alla morte.
A quali tregende assiste di notte la campagna spaurita? Non è forse con un colpo di tramontana come questa che Michelangelo ha mosso il Giudizio Universale?
Se il pensiero dell’inferno d’estate, sdraiati su una spiaggia elegante, ci può far ridere, ora ci turba come l’immagine dell’estrema vecchiezza e della terribilità divina che traspare da ogni cosa. Perfino in cucina l’ardore di Kren Barbaforte riporta un’arsura di bolgia.
È il mese in cui muoiono Buonarroti, Cellini, Giulio II, Riccardo Wagner; il mese dei miei morti: mio padre di cent’anni, mio figlio in fasce, Maria prima dell’alba.
Inutilmente il Carnevale trarrà ancora per le strade la farsa di un’età dissepolta, trascinerà l’onta della parodia umana. Dietro a ogni bautta può celarsi un Doge, sotto le bubbole un paltoniere; ogni grassezza nasconde i sette peccati di Falstaff, ogni smorfia tradisce la maniera di Goya.
A Parigi costuma ancora la calata de la Courtille come ai tempi di Villon, come ai tempi di Sparta il corteggio degli Iloti ubriachi. A che pro?
Dopo il carnevale ogni maschera penderà dal chiodo dolorosa come la maschera di Beethoven.
Per i maomettani Febbraio è il mese della rivelazione del Corano, della scissione della Luna; per i giapponesi è il mese del cambio dei vestiti; per i veronesi, più solidi, il mese  degli gnocchi.
Col giorno delle Ceneri la Chiesa si veste da penitente e il sacerdote indossa il color viola. 
È il grande venerdì degli antichi divieti, la vigilia più stretta; quando un pugno di ceci riacquista quel valore che aveva nel campo sotto la volta di stelle.
Gli stessi re di corona lo mettevano a bagno la sera con una presa di cenere a renderlo cocivo. E la mattina la regina, appena l’alba, lo poneva a bollire in pignatta di coccio con olio aglio e rosmarino. Poi, con la corona in testa, si metteva alla madia a intrider farina e uova, per farne i quadrelli da buttar giù col sale grosso all’ultimo bollore.
Così a me piacciono i re; perché la sovranità, come la grande arte, s’avvera soltanto nella semplicità più virtuosa. E a patto di render regale ciò che tocca.

mercoledì 5 febbraio 2014

Spazi nuovi per l'arte: "Piazza delle arti"

Un'idea nuova? O forse antica? Perché un tempo non era nei musei o nelle mostre o nelle gallerie che si poteva incontrare l'arte, ma nei luoghi che si frequentavano ogni giorno: le chiese, i palazzi pubblici, le piazze, appunto.
Da questa considerazione nasce il progetto "Piazza delle arti": punto d'incontro fra artisti e mecenati per scoprire insieme spazi inusuali - negozi, cinema, pub, ristoranti, sale d'attesa - dove l'arte possa di nuovo diventare esperienza quotidiana.

mercoledì 15 gennaio 2014

Gennaio - di Fabio Tombari


La Terra che quasi sonnambula vaga per l’etere, sembra destarsi a colpi di champagne. La vigilia, anzi che con abluzioni e digiuni, si conclude in bagordi; e Capodanno che dovrebbe aprirci ci chiude. Grevi, assonnati, pessimisti.
L’anno nuovo comincia da zero, da sotto zero. La stessa campagna d’intorno mostra la secchezza d’uno scheletro, e nei cristalli scricchiola la morte più gelida.Principiare con l’Aprile come gli antichi è facile; è adesso che è difficile. Finite le feste, finiti i quattrini.
E allora, sotto con la nuova valuta! quella delle origini. Non è l’oro dell’oriente che ha da venire a incarnarsi nelle erbe, nei fiori?
Sono le ultime delle Sacre Notti, e già Olaf Asteson, nel Canto del Sogno, cavalca verso la tredicesima.
Ma è presto. La luce che nel solstizio si era fermata, torna a salire; fuori nel cielo come dentro le piante: a salire coi sali.
Così la terra si desta e quel che intravede nel dormiveglia non è più la Luna, è il Sole. E incredibile a dirsi, ora soltanto lo vede. Radioso, dentro una grotta...
Contemplata dai pastori e dai magi, come cupola di gemme voltata sul bambino, Epifania è visione dall'alto, e pei piccini diviene la Befana.
Ma è presto, troppo presto ancora. Non solo per le piante e le gemme, perfino pei fiori di neve. Le rune impresse nelle pietre come sulle spade, tengono conto solo delle veglie.
E inutilmente i bambini schiacciano il nasetto contro i vetri, mentre giovanotti e signorine danno una mano d’olio agli sci: San Silvestro partito ai dodici tocchi con le amarezze e i rimpianti, ha sì lasciato in terra una pagina bianca, ma di brina.

Dunque la neve deve venire. Come potrebbe mancare nei giorni della sua festa?
Non c’è tempo da perdere: è ora di dar l’unto agli scarponi, di tenere i cani affamati al guinzaglio contro lupi e orsi. Un tempaccio scuro che stritola le ossa. E la neve viene.

martedì 3 dicembre 2013

Dicembre - di Fabio Tombari


Per un solo fiore che insista sul muro d’un giardino, il freddo indugia sui monti, la bora s’attarda nelle grotte dell’Istria.
Troppe rose sparse qua e là sui vecchi muri di cinta, troppi gerani ancora sul Canal Grande. lungo la riviera, molti tavolinetti fuori dei caffè, tutti i Luna-Park in piedi fanno ancora sfoggio di luce, pochi colpi di tosse in chiesa alla Messa cantata. Roma ha tutti i suoi tramonti d’oro.

Chopin domina sempre dalle cinque alle sette di sera e dopo cena Puccini e Massenet.
L’arte è ancora quella di mezza stagione: elegante, un po’ leggera, ma non troppo. È presto ancora per il rovaio di Wagner e di Beethoven, per i temporalacci del Rigoletto o del Barbiere, per il vino brulé di Rabelais e d’Omero, per il fuoco di Dante. I geni richiedono la stagione rigida, un cielo più cupo, il foco di legna più grosso; come tutti quei problemi proposti dal freddo intenso, dalle notti tempestose, dalle piogge dirotte, come l’alchimia, le castagne arrosto, gli enigmi.
Vanno ascoltati, letti e meditati di sera, nelle lunghe veglie grige e pesanti, quando le città odorano di oceani sporchi di fango.
E le grandi epopee? Allorché il dottor Lönroth chiamò a sé i più vecchi contadini, quelli non ricordavano. Stavano lì a cavalcioni delle scranne e non riuscivano né a sovvenire né a mentovare.
Ma ecco che battendo i piedi dal freddo, presero a dondolar sugli zoccoli, e con la cadenza, col ritmo a una a una su per le membra fino al cuore e alla mente, il rimembrare, il ricordare e rammentare via via di tutte le lasse.
Così la saga, l’epopea dei Finni, il Kalevala venne rievocato e trascritto per il futuro.
Con le sue reminiscenze più o meno antiche ed eroiche, con l’ultime battute di caccia e le prime bufere, l’inverno ci vuol favolosi.
Il tartufaro che nelle prime ore del mattino s’inurba col sacco in spalla cantando sotto le finestre ancora chiuse la bianchezza della trifola, si vede seguire - potenza della bella voce - da una falange di cani randagi accorsi a lui da tutte le strade.
Tremanti pel gelo notturno, l’ascoltano estasiati col naso in aria.
Il tempo delle fiabe investe ogni cosa.
Le verze che in crocchio, brinate, indugiano ancora nell'orto coi cappucci e coi broccoli, aspirano a entrare in cucina a maritarsi coi selvatici.
Lepri, pivieri e cignali non attendon che loro. E starne e beccacce e pernici. Fagiani in addobbo d’aceto intercalati con qualche rombo e anguilla marinata; olive grosse di Ascoli, zuppe di polenta e di pesce: fegatelli di maiale glorificati col lauro. Tutte le morti più sapide e mature dell’autunno morente.
Il buon Sole d’un tempo, che non ha più forza di riscaldare i muri, né di segnalare le fatiche umane col sudore della fronte, dà ancora qualche effimero guizzo qua e là e sembra spegnersi inutile avanti il tramonto con qualche anticipo sul proprio destino, come un suicida.
Tutti i maiali vigliaccamente scannati, il pesce rapito forivia con le ovaie ancora gonfie, un po’ di neve, poca, come quel po’ di farina che Re Marco sparse fra il letto di Tristano e d’Isotta, per ottener la prova dell’adulterio, e su cui l’umanità lascia la stessa orma d’una selvaggina votata alla morte.
Di sera, sotto il Capricorno, è ancora il cacciatore che torna fra le nebbie come in un’acquaforte, curvo col peso delle piccole vittime.
Poi l’ultima rosa cadrà, e sarà l’inverno.

Un nuovo blog: appeseaunfilo

Un blog nato per rendere note le attività e la produzione dell'Associazione Appeseaunfilo che per festeggiare la propria nascita così prossima al Natale pubblica proprio un libretto di Buon Natale con testi di Selma Lagerlof, Rainer Maria Rilke, Thomas Stearns Eliot...
Associazione Appeseaunfilo: http://appeseaunfilo.blogspot.it/  
e mail: appeseaunfilo@gmail.com

Richiedete il libretto "Buon Natale" a appeseaunfilo@gmail.com



giovedì 19 settembre 2013

Cris Thellung a Parigi: la mostra



CRIS THELLUNG

ROCK AROUND THE CLIC

a cura di Stefano Bianchi

Parigi, dal 31 Ottobre 2013 al 31 Gennaio 2014

Inaugurazione: giovedì 31 Ottobre alle ore 18.00

Fotografo appassionato, viaggiatore instancabile, musicologo irriducibile, Cris Thellung trasferisce (sempre e comunque sul filo del paradosso) gli idoli del rock e le copertine dei loro dischi dentro imprevedibili scenari, paesaggi, scorci urbani. Talvolta li mette a confronto con opere d’arte, trasformando ogni scatto fotografico in una spiazzante, ironica messinscena. Nella serie Rock Around The Clic, la copertina di “Let It Bleed” dei Rolling Stones incontra il coniglio suonatore scolpito da Barry Flanagan e fotografato da Thellung alla Royal Academy of Arts di Londra. Una sinfonia di colori, inoltre, cita sullo sfondo la pittura futurista di Nicolay Diulgheroff. Sempre a Londra, davanti al cartello stradale che segnala Abbey Road (celebre in tutto il mondo per essere stata immortalata sulla copertina dell’omonimo album dei Beatles), al posto di John Lennon, Ringo Starr, Paul McCartney e George Harrison ci sono 4 suricati realizzati dal Cracking Art Group italiano. Ad Hyde Park, invece, una sedia a sdraio ricorda poeticamente “Imagine” di John Lennon. L’ha creata Yoko Ono, nello stile neo dadaista del gruppo Fluxus. In Camden High Street, un telone oscura un palazzo inondato di graffiti e “tags”. Sopra, c’è un’immagine gigante dei Clash in concerto: memoria incancellabile del punk, che travolse il quartiere con un magma incandescente di suoni anarchici. Fotografando infine un dettaglio della Battersea Power Station (su un cielo cromatico che ricorda la psichedelia e la pittura visionaria di Vincent Van Gogh), Cris Thellung ha voluto rendere omaggio all’album “Animals” dei Pink Floyd. Geniale, poi, il tributo ai Led Zeppelin: in una cabina telefonica londinese, l’ombra del dirigibile che identifica la band si proietta sulle acque del Lac Vert, nella Haute-Savoie. L’immagine degli U2, invece, viene catapultata a Fez, città! santa d el Marocco dove la band irlandese registrò “No Line On The Horizon”. Molteplici, in questo caso, le citazioni: da una panoramica delle mura della Medina, alla cover del disco, fino a “Boy”, “The Unforgettable Fire” e “Zooropa”. La famosa copertina di “Loaded” dei Velvet Underground (opera del grafico Stanislaw Zagorski) che mostra un’entrata della metropolitana da cui escono mefitiche esalazioni, ha come via di fuga la parete di “azulejos” portoghesi di un ristorante nel porto di Rotterdam, dove molti anni fa c’era una casa di tolleranza. Fra le decorazioni, spiccano il volto di Marilyn Monroe e la “skyline” di New York: a significare l’emigrazione oltreoceano, per costruirsi una nuova vita. Lungo la Senna di Parigi, sospinte da un soffio di vento, le camaleontiche trasformazioni di Madonna danno un tocco di teatralità a un bouquiniste mentre dal rock prende a delinearsi, sdoppiandosi, il ritratto di Jim Morrison dei Doors: tatuato sui muri di quella Place des Vosges dove per pochi mesi, nel 1971, amò trascorrere il suo tempo. Scrivendo poesie.

Stefano Bianchi

Cris Thellung (1951), vive e lavora a Milano. Ha partecipato alle ultime due edizioni del 
PhotoFestival (http://photofestivalmilano.tumblr.com), importante circuito espositivo 
dedicato alla fotografia d’autore. A Parigi e ai registi della Nouvelle Vague ha dedicato 
la serie fotografica Rue du Tournage.

giovedì 18 luglio 2013

Nebbia - di Giovanni Pascoli


Nascondi le cose lontane, 
tu nebbia impalpabile e scialba, 
tu fumo che ancora rampolli, 
su l'alba, 
da' lampi notturni e da' crolli 
d'aeree frane! 

Nascondi le cose lontane, 
nascondimi quello ch'è morto! 
Ch'io veda soltanto la siepe 
dell'orto, 
la mura ch'ha piene le crepe 
di valeriane. 

Nascondi le cose lontane: 
le cose son ebbre di pianto! 

Ch'io veda i due peschi, i due meli, 
soltanto, 
che dànno i soavi lor mieli 
pel nero mio pane. 

Nascondi le cose lontane 
che vogliono ch'ami e che vada! 

Ch'io veda là solo quel bianco 
di strada, 
che un giorno ho da fare tra stanco 
don don di campane... 

Nascondi le cose lontane, 
nascondile, involale al volo 
del cuore! Ch'io veda il cipresso 
là, solo, 

qui, solo quest'orto, cui presso 
sonnecchia il mio cane.

lunedì 10 giugno 2013

Giugno - di Fabio Tombari


Quel filosofo che sdraiato sulla sabbia del mare cura il suo reuma, ha ben ragione di dire al pasticciere che va a offrirgli una gerla di bignè: - Scansati, Alessandro, ché mi privi del Sole.

Tutto ciò che lo circonda grandeggia in un quadro pagano di civiltà classica. Ogni impiegato in licenza ruota sulla rena a torso nudo come un gladiatore; ogni accappatoio nasconde il busto di un Ercole, di un Cesare. Il papà che va a fare la sua prima vogata in mare è accompagnato all’imbarco da tutta la famigliola. Eccolo là in piedi sul battello, la mano sulla spalla del pescatore per non cadere. L’asciugamano che l’avvolge lo fa stranamente assomigliare a Regolo. – Tornerà il babbo? – Ma sì, sciocchina; puoi pensare che Attilio manchi di parola?

Con Giugno che comincia s’inizia un’età aitante, gioconda, aderente ai miti dell’Olimpo, del Parnaso, propizia al nudo, ai tritoni, alle sirene; allora che la bruttezza delle donne acquista un valore morale.


In ciò le stagioni non fanno che riandare alle quattro grandi età dell’arte: Primavera – rinascimento; Inverno – medioevo barbarico; Estate – classicismo.

Forse una volta, nella preistoria, è esistita un’età autunnale, certo è che basta una pioggia, un po’ di freddo, i primi freschi di settembre, e tutto ritorna al romantico come ai tempi di Werther, di Ossian e del Diluvio Universale.

Artisticamente Giugno è come l’età classica: non ha geni musicali.

Si racconta che negli antichi tempi Eunomo ed Arsitene si contendessero la palma della musica. Una cicala volò sul primo, si posò sull’arpa sua al luogo di una corda infranta e gli procacciò la vittoria. Ma Eunomo come musicista non ci soddisfa un gran che, e noi daremmo oggi più volentieri la palma alla cicala.

Nonostante ciò, anche senza musicisti, l’estate ha una sua musica: il jazz.

Oh, il tango, tira e molla, ballato su di una zattera, flusso e riflusso, con un po’ di mal di mare!

Di sera davanti a un bicchiere di birra, niente è più sciocco che ascoltare accanto all’amica quell’ultima sonata in voga che in autunno fischietterai da solo, con una punta di nostalgia nel portafogli.