lunedì 22 ottobre 2012

La donna che visse due volte - di Pierre Boileau e Thomas Narcejac



... Ella risalì il viale fino al Trocadero, s’inoltrò sulla spianata la cui bianchezza scintillante faceva strizzare gli occhi. Mai Parigi era stata tanto simile a un parco. La Tour Eiffel, azzurra e rossastra, si levava sopra i prati come un totem familiare. I giardini s’inchinavano verso la Senna, cingendo scalinate simili a cascate immobili orlate di fiori. Un rimorchiatore lanciò un rauco appello, che si smorzò sotto gli archi. Ci si sentiva sospesi tra la pace e la guerra, grevi di una facile eppure struggente emozione. Era forse per questo che Madeleine ora camminava con tanta stanchezza? Pareva esitare, interrogarsi; si fermò dinanzi all'ingresso del Museo, poi riprese a camminare, come trascinata da una corrente invisibile. Attraversò, passeggiò per un poco tra la gente sulla soglia di avenue Henri-Martin. Si decise infine ed entrò nel cimitero di Passy. 
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Avevano raggiunto il Lungosenna. Stava lì a guardare l’acqua crivellata da punti di luce. Passavano uomini col cappello in mano, asciugandosi la fronte; faceva caldo. L’acqua era azzurrissima, lungo le pietre. I mendicanti dormivano sulla riva e i rondoni si sgolavano intorno ai ponti. Nel suo attillato tailleur grigio, con i tacchi alti, appariva un po’ estranea alla festa, come una viaggiatrice che aspetti il suo treno. E, di tanto in tanto, faceva girare tra le dita il gambo del tulipano. Attraversò la Senna, si appoggiò al parapetto, con il fiore che le batteva la gota. Aveva dato appuntamento a qualcuno?... Oppure si riposava?... Era forse la sua noia ch'ella cullava seguendo con gli occhi i giochi della corrente intorno alle barche e le affascinanti ondulazioni dei riflessi… Si sporse un poco. Doveva specchiarsi nell'acqua  molto lontano, con tutto il cielo intorno a sé e la lunga linea curva del ponte. Flavières si avvicinò. Non avrebbe saputo dire perché. Madeleine non si muoveva. Aveva lasciato cadere il tulipano. La minuscola macchia rossa si allontanava lentamente, girando su se stessa, cullata dalle piccole onde. 

Il romanzo - dal quale Hitchcock trasse la sceneggiatura per il suo film - è della coppia di scrittori francesi Boileau e Narcejac che tra la fine degli anni Quaranta e l'inizio dei Cinquanta scrissero una serie di gialli di grande successo. La donna che visse due volte aveva come titolo originale: D'entre les morts. Sueurs freuds con un esplicito riferimento alle vertigini di cui soffre e in cui cade il protagonista.
Fotografia di Cris Thellung

martedì 16 ottobre 2012

Dans le port d'Amsterdam - di Jacques Brel


Nel porto di Amsterdam
vi sono marinai che cantano
i sogni che li ossessionano
al largo di Amsterdam.
Nel porto di Amsterdam
vi sono marinai che dormono
come stendardi fiammeggianti
lungo argini scuri.
Nel porto di Amsterdam
vi sono marinai che muoiono
pieni di birra e di drammi
alle prime luci dell’alba.
Ma nel porto di Amsterdam
vi sono marinai che nascono
nel calore denso
dei languori d’oceano




Nel porto di Amsterdam
vi sono marinai che mangiano
pesci sgocciolanti
su tovaglie troppo bianche.
Vi mostrano denti
da morder la fortuna
da ingoiar la Luna
da divorar le funi.
E l’odore di merluzzo
si sente fin nelle patate fritte
che le loro grandi mani invitano
ad arrivar numerose.
Poi s’alzano ridendo
in un rumor di tempesta 
s’allacciano le braghe
ed escono ruttando. 

Nel porto di Amsterdam
vi sono marinai che danzano,
sfregandosi il ventre
sul ventre delle donne, 
e girano e ballano
come stelle alla deriva
nel suono lacerante
d’una fisarmonica stonata.
Si torcono il collo
per sentirsi meglio ridere, 
finché d’un tratto
la fisarmonica spira.
Allora con gesto grave,
allora con sguardo fiero,
accompagnan la loro dama
fin nella luce piena.

Nel porto di Amsterdam
vi sono marinai che bevono
e che bevono e ribevono
e che ribevono ancora.
Bevono alla salute
delle puttane di Amsterdam
di Amburgo o d’altrove.
Bevono dunque alle signore
che donano i loro bei corpi,
che donano la loro virtù
in cambio d’una moneta d'oro.
E dopo aver ben bevuto,
si piantano lì, il naso al cielo,
se lo soffiano nelle stelle,
e poi pisciano,
come io piango,
sulle donne infedeli.
Nel porto di Amsterdam
Nel porto di Amsterdam.

Nella foto: 
"Belle", statua dedicata alla prostituta che si trova ad Amsterdam 
nel Redlight District, accanto alla chiesa di Oude Kerk
Fotografia di Cris Thellung

mercoledì 12 settembre 2012

Parigi, visioni - di Gerard de Nerval


...oltrepassata la barriera di Clichy, fui testimone di una lite. Cercai di separare i contendenti, senza riuscirvi. In quel momento, proprio nel punto dov'era avvenuta la zuffa, passò un robusto operaio portando sulla spalla sinistra un bimbo vestito con un abitino color giacinto. Mi figurai che fosse San Cristoforo che portava il Cristo e che io fossi condannato per non aver avuto sufficiente forza nella scena appena accaduta. A partire da quel momento vagabondai in preda alla disperazione in quei territori indefiniti che separano il Faubourg dalla barriera. Era ormai troppo tardi per la visita che avevo progettato. Ritornai attraverso le strade che conducevano verso il centro di Parigi. Presso Rue de la Victoire incontrai un sacerdote e nella confusione in cui mi trovavo, volli confessarmi da lui. Mi rispose che non era di quella parrocchia e che quella sera si doveva recare da una persona; se l’indomani lo avessi voluto consultare a Notre-Dame, non avevo che da chiedere dell’abate Dubois. 

Disperato mi diressi piangendo verso Notre-Dame de Lorette, dove andai a gettarmi ai piedi dell’altare della Vergine, chiedendo perdono per i miei peccati. Qualcosa in me sussurrava: “La Vergine è morta e le tue preghiere sono inutili.” Andai a inginocchiarmi negli ultimi posti del coro, facendo scivolare dal dito un anello d’argento che portava incise queste tre parole in arabo: Allah! Mohamed! Alì! All’improvviso molte candele si accesero ed ebbe inizio una funzione alla quale tentai di unirmi in spirito. Quando venne recitata l’Ave Maria, il sacerdote s’interruppe a metà della preghiera e ricominciò sette volte senza che io potessi trovare nella mia memoria le parole successive. Infine la preghiera fu conclusa e il sacerdote tenne un discorso che mi sembrò alludere a me soltanto. Quando tutto si spense, mi alzai ed uscii, dirigendomi verso gli Champs-Élysées. 

Giunto in Place de la Concorde, pensai all’estremo annientamento. A più riprese mi diressi verso la Senna, ma qualcosa mi impediva di portare a termine il mio disegno. Le stelle brillavano nel firmamento. Tutt’a un tratto mi sembrò che si spegnessero di colpo come le candele che avevo visto in chiesa. Pensai che il tempo si fosse compiuto e che fossimo arrivati alla fine del mondo, annunciata nell’Apocalisse di San Giovanni. Credetti di vedere un sole nero nel cielo deserto e un globo rosso di sangue sopra le Tuileries. Mi dissi: “La notte eterna inizia e sarà terribile. Che succederà quando gli uomini si accorgeranno che il sole non c’è più?” Ritornai in Rue Saint-Honoré e compiansi quei pochi ritardatari che vi incontrai. Giunto vicino al Louvre, camminai fino alla piazza dove mi attendeva uno strano spettacolo. Attraverso le nuvole, rapidamente scacciate dal vento, vidi numerose lune passare nel cielo a grande velocità. Fui certo che la terra fosse uscita dalla sua orbita e che vagasse nel firmamento come un vascello senza alberi, avvicinandosi o allontanandosi dalle stelle che di volta in volta s’ingrandivano o rimpicciolivano. Durante due o forse tre ore, restai a contemplare quel caos e infine mi diressi verso Les Halles. I contadini vi portavano i prodotti della loro terra e mi chiesi: “Quale sarà il loro sbalordimento, vedendo che la notte si prolunga…” Tuttavia, qua e là i cani abbaiavano e i galli cantavano.

da Aurélia di Gerard de Nerval
Fotografia di Cris Thellung

domenica 6 maggio 2012

Non vedere attraverso la finestra - di Lunettes Rouges

Matisse Porte-Fenêtre à Collioure -1914
La finestra è stata (da Alberti in poi, se non addirittura prima) l’emblema stesso della pittura, finestra sul mondo, “camera con vista”, per così tanto tempo che ora è interessante vedere un’esposizione (al K20 di Düsseldorf fino al 12 agosto) che mostra la distruzione di tale concetto.
Robert Motherwell  The Garden Window   
Forse è con questo strano e affascinante quadro di Matisse, dipinto a Collioure nel 1914, che bisogna iniziare: si distinguono bene alcuni tratti orizzontali nella persiana azzurra a sinistra, qualche colatura nel grigio, delle screpolature nel verde turchese, ma nulla può distrarre dall'abisso nero che si apre davanti a noi, così puro, appena ombreggiato, dove non si riesce quasi a distinguere la ringhiera del balcone; solo la diagonale in basso dà un certo realismo prospettico. È il solo quadro che Matisse dipinse durante quel soggiorno a Collioure dove si era rifugiato per sfuggire all’avanzata tedesca all’inizio della guerra, ed egli, che dipinse tante vedute attraverso la finestra, qui non ci mostra altro che il nero. Durante la sua vita, non volle mai esporre questo quadro. Vi si può cogliere una rappresentazione del suo tempo, l’inizio della guerra, ma lo si può anche leggere oggi alla luce dell’espressionismo astratto. Qui vi è la prima negazione della finestra come strumento di visione. In tal senso va collocato anche The Garden Window di Robert Motherwell. 
Marcel Duchamp Fresh Widow
Dopo Matisse, la presa di posizione è più chiara, più esplicitamente formulata. Marcel Duchamp è forse il primo a guardare la finestra non più come un mezzo per vedere (e quindi una strutturazione dello sguardo) ma come un oggetto in sé: lo pone su un piedistallo, ne macchia i vetri (La bagarre d’Austerlitz) oppure li annerisce (in realtà li sostituisce con teli di cuoio “da lucidare tutte le mattine come un paio di scarpe, perché siano lucenti come autentici vetri”) ed è il famoso Fresh Widow, la “vedova sfrontata” che dà il titolo alla mostra.
Molti altri proseguono in questa materializzazione della finestra, nella sua trasformazione in oggetto formale, ed Eva Hesse, Josef Albers, Ellsworth Kelly (sua la bella fotografia di un vetro rotto: riflesso e buco nero) sono qui ben rappresentati.
René Magritte La lunette d'approche
Altri giocano con la percezione del reale attraverso la finestra, innanzi tutto Magritte tra vista sull'abisso, visione surrealista, rottura e illusione. Così La Lunette d’approche non si apre che sul nero, la visione ipotizzata è forse una semplice rappresentazione e non il reale dietro il vetro. In un filone analogo, l’installazione di Olafur Eliasson Seeing yourself seeing, metà vetro e metà specchio, diffrange la realtà, mescolando visione e riflesso.
Ellsworth Kelly Broken Window
Ma molte delle opere più recenti qui esposte sembrano meno pertinenti, un po’ come se tutto fosse già stato detto sul soggetto, esaurito. Che Christo drappeggi vetrine, che Günther Förg giochi con i riflessi, che Isa Genzken metta la finestra su un piedistallo, che Sabine Hornig realizzi grandi installazioni sulla trasparenza dove apre uno spiraglio nel muro verso un vuoto invisibile, che Toba Khedoori giochi con i trompe-l’oeil della prospettiva sono, prese singolarmente, opere interessanti, ma danno un po’ la sensazione che il soggetto sia oggi esaurito, che forse si sia detto tutto sulla finestra e che la si potrebbe chiudere.
Poche fotografie nella mostra (Jeff Wall, certo!), ma mi sarebbe piaciuto vedere per esempio il lavoro di Anne-Laure Maison che guarda dall'esterno le finestre illuminate di notte, o della fotografa giapponese Shizuka Yokomizo la quale avverte gli abitanti di un certo edificio che, se lo desiderano, li ritrarrà alla loro finestra dalla strada di notte: a loro la scelta di essere là o di chiudere le tende. La finestra come veicolo di un voyeurismo consentito.
Un solo video, di Jochem Hendricks, mostra la sistematica distruzione dei vetri di un edificio piuttosto decrepito; un attore invisibile si sposta di stanza in stanza (come un Cavallo di Perec?) e li infrange dall'interno con metodo, secondo un ineluttabile processo distruttivo.
Il rumore di vetri infranti riempie la galleria: è la fine della finestra.
Jochem Hendricks Front Windows


Foto Duchamp e Matisse per cortesia di K20 :

- Marcel Duchamp, Fresh Widow, 1920/1964, Modell eines französischen Fensters, Holz bemalt, Glas, Leder, 77,5 x 45 x 10,2 cm, The Vera and Arturo Schwarz Collection of Dada and Surrealist Art in the Israel Museum, The Israel Museum, Jerusalem B 72.0532, © Succession Marcel Duchamp/ VG Bild-Kunst, Bonn 2012, Foto: the Israel Museum, Jerusalem by Avshalom Avital.

- Henri Matisse, Porte-fenêtre à Collioure (Fenstertür in Collioure), 1914, Öl auf Leinwand, 116,5 x 89 cm, Centre Pompidou, Paris. Musée national d'art moderne/Centre de création industrielle, © Succession Henri Matisse / VG Bild-Kunst, Bonn 2012, Foto: bpk, CNAC-MNAM, Philippe Migeat


Ne pas voir à travers la fenêtre - pubblicato da Lunettes Rouges il 6 maggio 2012

mercoledì 25 aprile 2012

L'irresistibile apocalisse di Rodolfo Wilcock

Capita, quando non ci sono più libri nuovi da leggere, né acquistati né prestati, di rovistare negli scaffali alla ricerca di qualche rilettura che solletichi la fantasia. Capita anche, quando la fortuna arride, di fare autentiche scoperte o riscoperte. Così avendo deciso - in sintonia con l'umor tetro di queste giornate piovosamente uggiose - di rileggere La nube purpurea di M. P. Shiel, romanzo antesignano di tutta la letteratura e la cinematografia apocalittica, in cui è descritta la scomparsa pressoché totale e totalmente meritata del genere umano, sono inciampata nella prefazione di Rodolfo Wilcock. Ridere e far ridere del "più immenso cimitero mai raccontato, più totale perfino del Diluvio Universale", poteva riuscire solo a un talento comico e surreale come il suo.

...Che La nube purpurea, pubblicata nel 1901, sia un capolavoro, continuamente più riuscito e trascendente di un qualsiasi romanzo di Emile Zola - per nominare a caso un grande famoso sull'orlo del secolo - sembra non solo accertabile in sede di lettura, ma anche dimostrabile in sede critica. Se si paragonano gli argomenti profferti, nel romanzo di Zola troveremo probabilmente una famiglia torbida, un padre ubriaco, una figlia prostituta, la differita constatazione che i poveri sono poveri, che gli avari sono avari e che i parigini abitano a Parigi: se a un tratto apparissero tra i personaggi un egizio, o semplicemente un pesce volante, ho l'impressione che il romanzo barcollerebbe, a dimostrare la fragilità della sua struttura.
Nel romanzo di Shiel vengono proposte invece, tra molte altre cose, e senza barcollare:
  1. la fine del mondo e relativa morte dell'umanità (con la singolare eccezione della moglie del Sultano di Turchia);
  2. la scoperta del Polo Nord, che è un lago pieno di occhi con nel centro un'iscrizione che nessuno mai leggerà;
  3. l'incendio e distruzione con il tritolo di Londra, Parigi, Bordeaux, Bombay, Pechino, Nagasaki, San Francisco e Costantinopoli;
  4. la scomparsa per affondamento dell'intera Italia meridionale (con la singolare eccezione dell'isola di Stromboli e di un frammento della provincia di Enna)
  5. la Seconda Consumazione del Peccato Originale nella cabina di una nave al largo di Portsmouth;
  6. la lotta ventennale tra i Geni del Bene e del Male che si contendono gli ovvi vantaggi di questa ripetizione della Caduta primigenia...

In una pagina qualunque, il lettore troverà la stazione di Euston Road piacevolmente piena di una poltiglia internazionale di cadaveri, qua e là schizzata sulle colonne di sostegno; un tempio interamente costruito d'oro, d'argento, d'ambra, di giaietto e pietre preziose, circondato da un lago di vino rosso; l'unica donna sulla terra, carponi, nuda, ventenne, vista da dietro... Ma il libro ha molte pagine e non sembra possibile, né conveniente elencarne tutte le sorprese: si voleva soltanto segnalare che i normali romanzi della fine Ottocento racchiudevano in genere eventi più comuni, e racchiudevano meno eventi.
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Dipinti di Tom Porta: Progetto Nube Purpurea

lunedì 23 aprile 2012

Paesaggio - di Massimo Bontempelli

In un'età lunare la campagna deserta a perdita d'occhio ha germinato
una boscaglia nana fitta di luci d'acciaio senza rami né foglie
grigi filari intricati viticci di filo contorto - vi sbatte le ali morendo
qualche palla sfinita - s'affloscia
sopra i ciuffi molli ove tra sasso e sasso
vegliano disperatamente le violette
pallide senza profumo con un rancore muto contro uomini e dei.
Bisbigliano al vento su verso gli arbusti di ferro i grovigli strambi
che fioriscono a mille a mille le spine. Verrà un'estate di rose?
Chiedi il futuro domani al cerchio lontano 
delle montagne violastre che leticano di fumi ed echi tra loro.
S'aprono sperdendosi i fumi vaniscono - sul turchino profondo
un dracken osceno dondola governa il cielo e la terra.

Fotografia di Mariaelisabetta: Miracolo a Milano (sessant'anni dopo)

lunedì 16 aprile 2012

La narratrice di fiabe

I seguaci di Dolcino rimasero sul Monte Rubello un anno intero. Trascorsero così una primavera, un’estate, un autunno, ma nei miei ricordi mi sembra di rivivere un unico, lunghissimo, gelido inverno.
Per settimane non seppi più nulla di Teodoro. Lo tenevano prigioniero? Lo avevano ferito, torturato, o ancor peggio? Di giorno non riuscivo a pensare ad altro, la notte mi portava solo un sonno inquieto e sogni dolorosi.
Poi una sera, in segreto, tornò in paese e bussò piano alla mia finestra. In tono concitato mi raccontò come le parole del Frate gli avessero mostrato il cammino che da tempo cercava, che entrambi avevamo cercato: la comunione fraterna dove regna l’amore, dove tutti sono ugualmente liberi di accogliere la Parola di Dio e ugualmente ricchi non in beni materiali, ma nello spirito. Condividere il pane, le gioie, le fatiche, vivere del proprio lavoro senza la schiavitù delle Decime, lottare per la libertà, questa la regola di Dolcino ed ora anche la sua. Seguendo quella regola avremmo dovuto celebrare la nostra unione e crescere i nostri figli!
Provai orrore e incredulità: come poteva parlare d’amore riferendosi ai nostri nemici? Eppure conosceva bene le sofferenze che ci avevano causato! In quel momento l’uomo con il quale pensavo di trascorrere la mia vita mi apparve come un nemico anch'egli e il gelo mi penetrò nelle ossa, nel cuore. Gli dissi di tornare dove si trovava così bene, noi non avevamo nulla da offrirgli, a noi erano rimaste solo fame e lacrime. Però non parlai con nessuno del suo tradimento.
Non ci furono altre razzie: Teodoro aveva forse l'autorità di impedirle o l’avvicinarsi dei Crociati aveva reso i Dolciniani più prudenti? Ma la paura era ormai una compagna inseparabile. La montagna che ci aveva sempre protetto dalle correnti più gelide e dalle tempeste improvvise, generosa nel donarci i suoi frutti, era diventata una presenza minacciosa, un oscuro pericolo sempre in agguato. 
Mio padre morì quell'inverno. Se ne andò quietamente, nel sonno: lasciò quel mondo che non riconosceva più in silenzio, senza una parola di odio o di rabbia. Lo seppellimmo in un limpido mattino di gennaio: tutto il villaggio volle accompagnarlo fino al piccolo cimitero, ciascuno pregando, piangendo non solo la morte di un amico, ma anche la propria sorte, i propri lutti, le privazioni, l’incertezza del domani. Se con sincerità interrogavo me stessa, per chi versavo tante lacrime? per mio padre? per Teodoro? per la mia solitudine?

sabato 14 aprile 2012

Il "metodo" Dickens - di Stefan Zweig

 Fred Barnard (1846-1896): Mr. Pickwick Picnics (1870)
Dickens non ha contorni vaghi, non lascia margine alle possibilità interpretative della visione, ma obbliga alla precisione. La sua potenza descrittiva non lascia campo libero alla fantasia del lettore, che egli costringe violentemente (per questo è divenuto il poeta ideale di una nazione priva di fantasia). Ponete venti disegnatori davanti ai suoi libri e chiedete loro i ritratti di Copperfield e Pickwick: i disegni saranno simili l'uno all'altro, rappresenteranno con somiglianza inspiegabile il grasso signore dal panciotto bianco e dagli occhi gentili dietro gli occhiali o il bel bambino biondo, pauroso, nella diligenza che va a Yarmouth. Dickens narra con tale precisione, con tale minuziosità, da costringerci a seguire il suo sguardo ipnotizzante. Non ha lo sguardo magico di Balzac i cui personaggi si formano caoticamente staccandosi dalla nube di fuoco delle loro passioni, ma uno sguardo tutto terreno, uno sguardo da marinaio, da cacciatore, uno sguardo di falco per le piccole cose umane. Ma sono le piccole cose, disse egli una volta, che formano il senso della vita. Il suo sguardo cerca i piccoli segni, vede la macchia sull'abito, i timidi gesti confusi dell'imbarazzo, afferra la ciocca di capelli rossi che spunta sotto una parrucca scura quando il suo proprietario va in collera. Avverte le più lievi sfumature, nota il movimento di ogni singolo dito in una stretta di mano, le gradazioni di un sorriso. 
Prima di essere scrittore egli era stato per anni stenografo al parlamento e s'era esercitato a rendere dei particolari in brevi note, a esprimere con un tratto di penna una parola, con un piccolo ghirigoro una frase. E così più tardi  adoperò nell'arte una specie di scrittura abbreviata della realtà, ponendo il segno minuto al posto della descrizione, ricavando profonde osservazioni dalle varie vicende. Per queste piccole esteriorità aveva una acutezza di sguardo impressionante, non v'era cosa che il suo occhio non percepisse; coglieva, come una buona lente di un apparecchio fotografico, in una centesima parte di minuto secondo, una mossa, un gesto. Nulla gli sfuggiva. E questa acutezza dell'occhio veniva ancora aumentata da una strana rifrazione dello sguardo che non rendeva l'oggetto, come uno specchio, nelle sue proporzioni naturali, ma, simile a uno specchio concavo, ne esagerava le caratteristiche. 
Dickens sottolinea sempre le caratteristiche dei suoi personaggi, le sposta dalla vista obiettiva verso l'esagerazione, verso la caricatura; le rende più intense, le innalza a simboli. Il panciuto Pickwick è anche psichicamente un po' pesante, il magro Jingle è arido, e così il cattivo è addirittura Satana, il buono la perfezione in persona. Dickens esagera come ogni grande artista, ma esagerando non cerca il grandioso, bensì l'umoristico. Tutto l'effetto della sua narrazione indicibilmente divertente non scaturisce tanto dal suo buonumore, non tanto dalla sua allegria, quanto da quella strana posizione dell'occhio che rispecchiava con la sua superacutezza ogni fenomeno della vita in un modo bizzarro, in una luce di caricatura.
Stefan Zweig Drei Meister. Balzac, Dickens, Dostojewski

mercoledì 11 aprile 2012

Prati di tenerezza - di Arturo Onofri

Prati di tenerezza,
ove i gialli boccheggiano dal buio
Dall’alto i vetri diafani del cielo
Ricovano liddentro uova novizie
Di vecchi credi e d’ali,
che s’apriranno, senza raccoltarlo,
in stagioni e primizie.


Ma quando mi vorrai non ti vorrò,
o riluttante soffio degli aprili,
che inducesti a linguaggio i desideri
tuoi nell’arcano scheletro ch’io porto.
Ti sottrai, per la gioia di covarti
Ossa sempre ambulanti, in quanto umane;
ma se vorrai far ressa di profumi
alle serrate glandole del sole
per indurle a sbocciare ali, carezze,
solfe azzurre e capricci di regine,
troverai solo un no nero d’acciaio,
nel mio tormento gaio.



Riprodiga, se vuoi, voli e bisbigli
E affrettate verdure dappertutto,
a smorzare in sordine di tappeti
le tue fughe affannose!
Ma cristalli di risa nasceranno
Dalle fontane, al suono del tuo passo:
friabili ombre sotto i gialli appiombi
delle impudiche estività, che spasimano
di funerari amplessi
in mille mila sessi:
in tanti innumerevoli me stessi.

Collaboratori